Dipendenti fantasma e imposte mai versate, all’ombra della diplomazia. Un’autostrada per l’evasione e l’elusione delle imposte scorre da sempre proprio sotto il naso del Fisco italiano, nel cuore di Roma e nelle città sedi di rappresentanze estere. Basta varcare le solenni insegne delle ambasciate e dei consolati per trovarla, ma a quanto pare nessuno lo fa. Non c’è casello, non c’è controllo. A percorrerla, va detto subito, non sono tanto i padroni di casa – ambasciatori, consoli e agenti diplomatici – che la legge esonera dall’obbligo di pagare le imposte sui redditi derivanti dalle loro funzioni, che pagano al paese d’origine. Sono piuttosto i loro dipendenti – stranieri e non, ma residenti in Italia – che hanno un contratto di lavoro regolato dallo Stato italiano con diritto al trattamento retributivo, previdenziale ed assistenziale.

A differenza degli altri lavoratori però ricevono le buste paga per intero, al lordo, perché assunti da organismi “extraterritoriali” che non sono sostituto d’imposta e non trattengono la parte di tasse dovuta allo Stato italiano. Toccherebbe loro, dunque, l’onere di dichiarare in sede di dichiarazione dei redditi la reale cifra percepita e pagare le relative imposte. Solo che molti, a quanto pare, non lo fanno e risultano del tutto sconosciuti al Fisco. Ed è un po’ come se il vecchio Ambrogio che serviva cioccolatini nei ricevimenti degli Spot anni Ottanta se ne fosse messi in tasca per anni, con una perdita per l’Erario che nessuno è in grado di quantificare. Anche perché, di verifiche fiscali tra i palmizi delle ambasciate, non si ha notizia.

Il fenomeno non è del tutto sconosciuto agli organi dello Stato. Il contratto che disciplina il loro rapporto di lavoro all’art. 2 recita infatti che “le assunzioni devono essere comunicate dal datore di lavoro alla Direzione Provinciale del Lavoro, all’INPS, all’INAIL ed al Ministero degli Affari Esteri – Ufficio Cerimoniale II”. E qui spunta un buco statistico molto sospetto. Il Cerimoniale della Repubblica, che cura rapporti e accreditamenti degli organismi internazionali e del loro personale in Italia, fa sapere di essere a conoscenza di 102 dipendenti italiani e 56 stranieri. Ma solo a Roma le ambasciate sono 139, per non dire di consolati e organismi internazionali. Stando ai dati ufficiali, dunque, si direbbe che in Italia ci siano più sedi di rappresentanze estere che dipendenti che vi lavorano. Che fine hanno fatto autisti, cuochi, giardinieri, camerieri, portieri etc? A questo proposito la segreteria del Cerimoniale della Farnesina fa sapere che “non tutte le Ambasciate comunicano il numero di dipendenti assunti, né la cessazione del rapporto di lavoro. Quindi i dati di cui disponiamo sono molto parziali”. Insomma, un mistero anche per il Ministero che non sa quante persone lavorano per gli organismi che pure accredita in base al contratto che ha siglato per loro.

Che l’elusione fiscale sia fatto noto lo dimostra anche una nota che la Farnesina dirama ciclicamente a tutte le rappresentanze estere accreditate per ricordare che i loro dipendenti devono pagare le tasse: “Non rientrano nell’esenzione prevista dall’articolo 4 del decreto del Presidente della Repubblica 601/1973 (quella che spetta al personale diplomatico di nazionalità estera, nd) e pertanto sono tenuti a presentare dichiarazione annuale dei redditi a norma del decreto del Presidente della Repubblica 600/73 e al versamento delle relative imposte”. Ma l’avviso non deve sortire gli effetti sperati, se a più riprese deve essere condito da minacce. Nella nota del 2008, ad esempio, due righe avvertivano che “l’Agenzia delle Entrate ha avviato un sistematico piano di controllo”. Sull’esistenza di questo piano, però, tocca avere qualche dubbio. All’Agenzia, contattata dal Fatto Quotidiano, non sono bastati sette giorni per reperire informazioni sul “piano” o dati sull’attività di controllo sui dipendenti delle rappresentanze estere.

Non mancano, poi, testimonianze dirette del far west fiscale all’ombra della diplomazia. “L’elusione e l’evasione sono sistematiche. A quanto mi risulta, il numero di dipendenti che presenta regolare dichiarazione dei redditi e paga le tasse è a dir poco esiguo”, dichiara L.R, impiegato amministrativo che per anni ha lavorato un’Ambasciata prima e in un Consolato poi. E i controlli? “In quasi 30 anni in cui sono stato dipendente non ho visto nessuno dei miei ex colleghi chiamato a chiarire la propria posizione davanti all’Agenzia delle Entrate, pur essendo residenti in Italia e non avendo mai presentato dichiarazione dei redditi. Tutti però ricevevamo il Cud che dovrebbe essere tracciabile. Anche perché oltre allo stipendio, che ricevono al lordo, tutti i dipendenti con contratto regolare beneficiano dei contributi previdenziali e assistenziali. Per chi ha figli minori, e ne fa richiesta, perfino di assegni familiari”. Perché non ha denunciato alle autorità competenti? “In realtà ho anche tentato di informare la Guardia di Finanza di questa situazione, ma mi hanno detto che avrei dovuto fare regolare denuncia a mio nome. E avrei rischiato il posto di lavoro”.

La questione non è nuova neanche al Parlamento. Nel 2002 un’interrogazione del senatore Maurizio Eufemi (Udc) chiedeva lumi sul regime fiscale opaco dei dipendenti degli organismi internazionali. L’allora sottosegretario di Stato a Economia e finanze, Daniele Molgora, rispondeva che l’extraterritorialità crea questa sorta di enclave giuridico-fiscale, ma auspicava che venisse “temperata” da successive convenzioni tra rappresentanze, ministeri e Fisco. La situazione però non è cambiata. Undici anni dopo la situazione è stessa e a tornare alla carica è la vice presidente della commissione Finanze Carla Ruocco del M5S. A giugno ha presentato a sua volta un’interrogazione (4-00966, seduta n. 37) che ha risollevato il tema dell’elusività del sistema e della mancanza di controlli. Dopo sette mesi non ha avuto ancora risposta.

Il Ministero del Lavoro, per parte sua, fa sapere di avere competenze sul settore ma limitatamente alla parte regolatoria. La dirigente dell’Ufficio relazioni industriali, Paola Urso, fa sapere però in una nota ufficiale che “per quanto riguarda l’aspetto fiscale l’Agenzia delle Entrate, rispondendo a specifici quesiti, ha espresso il parere che le Rappresentanze diplomatiche non siano qualificabili come sostituto d’imposta, precisando anche, non essere in contrasto con le ragioni erariali, l’effettuazione su base volontaria delle ritenute alla fonte sui redditi da lavoro dipendente”. Quindi ambasciate e consolati, volendo, potrebbero trattenere le ritenute spezzando l’illegalità che alberga sotto le loro insegne. Ma la dirigente conferma anche il far west dei numeri e delle posizioni fiscali: “Non siamo a conoscenza né del numero dei dipendenti locali della rappresentanze, né di accertamenti di irregolarità da parte dell’Agenzia delle Entrate”. Insomma, ancora una volta tutti sanno ma nessuno controlla.

Anche i sindacati, infine, conoscono la zona grigia del lavoro nelle sedi diplomatiche e vedono il problema anche da un’altra angolatura, non solo fiscale ma di tutele dei lavoratori. “Bisogna separare i furbi da altre situazioni oggettivamente incredibili. Sono anni, ad esempio, che segnaliamo situazioni di lavoratori irregolari, in nero”, racconta Paola Ottaviani, responsabile Cgil-ministero degli Esteri. “In virtù dell’extra territorialità l’ambasciatore o il console di turno possono pagare in ritardo o non pagare affatto, negare ferie, malattia”. Non sono mancati casi di licenziamento in tronco. “Far valere delle tutele è difficilissimo – spiega spiega Ottaviani – perché difronte a un’eventuale vertenza i diplomatici possono sempre appellarsi alla convenzione di Vienna e far valere l’immunità della giurisdizione penale e civile”.

Va anche detto però che gli italiani ci provano sempre e si fanno riconoscere anche quando vanno all’estero. Con gli Stati Uniti, ad esempio, c’è stato un lungo braccio di ferro dovuto al fatto che i nostri contrattisti non pagavano le imposte locali. Poi si è arrivati a una mediazione e lo stesso succede con il Marocco mentre per l’Australia c’è ancora un problema di doppia imposizione. La differenza allora qual è? Gli altri Stati ai piccoli evasori d’ambasciata non perdonano nulla. I nostri, a quanto pare, passano tutti in cavalleria.