A parte il tentativo di un passeggero ucraino di dirottare su Sochi un aereo battente bandiera Turca partito da Kharkiv in Ucraina e diretto a Istanbul, l’arresto preventivo di quattro membri di un collettivo Lgbt che a San Pietroburgo manifestavano mostrando l’ormai noto articolo della Carta olimpica contro le discriminazioni, fila tutto liscio durante la Cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014. La gigantesca e bellissima festa si conferma per quello che doveva essere: l’esaltazione della storia della grande madre Russia sotto lo sguardo maschio e patriarcale di Vladimir Putin.

Come nella filmografia di Eisenstein, passato per ordini superiori dal ritrarre Lenin nel 1928 al principe principe Nevskij nel 1938, anche nell’immaginario putiniano è esaltata l’epoca antica della Russia e bandito ogni accenno alla rivoluzione bolscevica. La terra dei laghi, dei fiumi, delle montagne e delle steppe, delle nevi e campi durante la cerimonia è celebrata attraverso imperi, battaglie e conquiste dall’antichità ad oggi senza nemmeno una menzione per Lenin o Stalin. L’unica concessione all’epoca sovietica, una fugace apparizione di una falce e un martello e la doverosa celebrazione delle Olimpiadi di Mosca 1980.

Accolto in tribuna autorità dalla presenza dei capi di stato e primi ministri convinti di essere notati di più se andavano, come il nostro premier Enrico Letta, e dall’assenza di quelli che pensavano far più rumore se in disparte, Putin ha fatto il suo ingresso come tutti in tribuna autorità, senza particolari fanfare e senza essere lanciato da un elicottero da James Bond, come la (controfigura della) regina d’Inghilterra durante l’apertura di Londra 2012. Come da recente tradizione, la Cerimonia d’apertura dei Giochi al Fisht Stadium di Sochi è cominciata esattamente alle 20.14 ora locale (a Londra furono le 20.12, a Vancouver le 20.10, a Pechino le 20.08) e lo splendido tramonto del Mar Nero è stato rischiarato da un’esplosione di fuochi d’artificio, i primi degli oltre 3mila utilizzati nelle tre ore di festa. Poi una bambina volteggiante tra gli ologrammi ha introdotto gli spettatori collegati dalle televisioni di oltre novanta paesi nel mondo all’interno del sogno olimpico.

Intervallati dagli omaggi e dalle citazioni ai grandi della cultura sovietica – tra cui un lunghissimo e doveroso omaggio al capolavoro Guerra e Pace – e altre visioni oniriche o di grandeur nazionale, hanno poi fatto il loro ingresso in ordine alfabetico sulla pista dello stadio le ottantotto squadre nazionali presenti, più gli atleti che gareggiano sotto la bandiera del Cio. Qui l’occhio l’hanno rubato sicuramente gli atleti della rappresentativa tedesca, tutti vestiti nel loro costume arcobaleno: oggi come non mai simbolo delle lotte per i diritti Lgbt. Per noi, la compagine azzurra dietro il portabandiera Armin Zoeggeler, alla caccia della sua sesta medaglia olimpica. Poi il discorso del presidente del comitato organizzatore di Sochi 2014, le parole del neo presidente del Cio Thomas Bach, e le scarne parole di protocollo di Putin. Altri fuochi d’artificio e la fiaccola olimpica, che ha nel suo viaggio ha toccato il Polo Nord e lo spazio, i confini dell’immaginario russo, è condotta nei metri finali da vari atleti – prima i moderni Sharapova, Isinbayeva, Karelin e Kabaeva e poi ultimi gli storici Rodnina e Tretiak – ad accendere il braciere: i Giochi di Sochi 2014 possono cominciare.

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