E se Renato Brunetta c’avesse visto giusto? Il capogruppo alla Camera di Forza Italia ha dato voce e dignità politica a una diffusa reazione d’insofferenza nei confronti del rapporto della Commissione Europea sulla corruzione italiana. “A forza di gridare che siamo un paese di ladri e di corrotti, ha finito per crederci anche la Commissione europea” – dichiara il professore di economia quasi-premio Nobel, da tempo prestato alla politica, denunciando come il rapporto contenga “una serie di panzane, bufale ed elucubrazioni che fanno sorgere qualche perplessità sull’impiego delle risorse a Bruxelles”. 
Madre di tutte le falsità, la leggenda metropolitana dei 60 miliardi l’anno di presunto costo della corruzione, che rimbalza sui media da anni. In realtà, conclude l’ex-ministro antifannulloni “più amato dagli italiani”, è proprio la denuncia della corruzione, il troppo “parlare male del nostro paese” a fare danni: “Nasce così la sfiducia nei confronti del nostro paese: quella sfiducia che ci fa vedere tutto nero, che azzera i consumi, che paralizza qualsiasi iniziativa imprenditoriale, che blocca la crescita. (…) Forse è giunta l’ora di raccontare anche tutte le cose buone e belle dell’Italia”. In sintesi, la ricetta anticorruzione dell’onorevole Brunetta è la stessa di Mary Poppins: basta un poco di zucchero e la corruzione va giù.

Ma il consumo di zucchero, come noto, ha alcune controindicazioni cliniche. Per capire se e quanto si possa indorare la pillola delle tangenti italiane prendiamo sul serio la posizione brunettiana. Perché è vero che la cifra di 60 miliardi non ha alcun valore scientifico, e questo per almeno due ragioni. La prima è che non sappiamo quante tangenti circolino veramente tra uffici pubblici, imprese e sedi di partito. La parte sommersa dell’iceberg-corruzione è impenetrabile non solo per i magistrati, ma anche per i ricercatori. Però se ne rilevano alcuni sintomi.

Sappiamo ad esempio – questo invece è un dato misurabile, lo ha fatto la Corte dei Conti per calcolare il danno erariale – che l’appalto con tangente costa almeno il 40% di quello senza tangente, e c’è di che temere che sia una stima ottimistica. Gli appalti milanesi videro dimezzati miracolosamente i costi di realizzazione subito dopo “mani pulite”, tornando temporaneamente in linea con gli standard europei, così come di circa il 600% (non è un refuso: proprio 600, non 60) superiori a quelli francesi, spagnoli e giapponesi  sono i costi al chilometro della Tav italiana – e qui forse si colgono le ragioni dell’ostinazione tutta italiana con cui il “Partito unico degli affari” preme per congiungere Lione a Torino. Bene, anzi male: in Italia ogni anno si bandiscono circa 100 miliardi di euro di appalti pubblici, nei quali – a parlare sono gli atti giudiziari – spesso le “cricche” imperversano. Ne risulterebbe un costo presumibile per le tasche dei cittadini solo nel settore degli appalti e solo nel settore pubblico nell’ordine dei molti miliardi di euro – che siano 5 o 50 non ci è dato saperlo.

Ma c’è un altro motivo per guardare con scetticismo ai 60 miliardi: perché quella quantificabile in euro non è che una componente, neppure la più preoccupante, del danno complessivo della corruzione. Siamo certi – come Brunetta – che sia il pessimismo di chi “parla male dell’Italia” a frenare gli investimenti in innovazione delle imprese, ad accelerare la fuga dei cervelli, a far svendere a prezzo di saldo gli ex-campioni dell’industria nazionale?

Non può essere invece  la “selezione dei peggiori” prodotta dalla corruzione sistemica, che negli ultimi decenni ha premiato spesso i più abili nell’intrallazzo tra anticamere dei palazzi di potere, logge massoniche e circoli sportivi? Dove la corruzione detta legge, la scalata al successo non richiede capacità imprenditoriali, ma talento nel coltivare relazioni, se occorre sovvenzionando l’acquisto di residenze private con vista Colosseo, le escursioni in yacht di eminenti politici, o il fabbisogno quotidiano di escort del sultano di turno. Quanto costano a una comunità le tossine che le tangenti introducono nel gioco democratico, reinvestite nei voti comprati in contanti o in natura, nelle tessere fasulle con cui si disegnano gli organigramma di potere nei partiti, con una classe politica ricattabile e permeabile alle infiltrazioni mafiose? Tutti costi che non misurano in moneta, ma si convertono nel degrado del vivere civile.

Si potrebbe proporre come ambasciatore in Europa dell’ottimismo propugnato da Brunetta il Presidente del consorzio per la legalità della provincia di Trapani e sindaco di Catalafimi, da poco arrestato per aver intascato una tangente in un’asta per la vendita di automezzi comunali. “Qui o si fa come diciamo noi o non lavora nessuno”, la frase catturata dalle intercettazioni. In alternativa, non è da escludere l’imprenditore in carcere per la stessa vicenda, che scrive in una email “Credo che la situazione ci stia sfuggendo di mano perché stiamo truffando mezzo mondo non avendo più nessuna credibilità abbiamo messo un prestanome alla società (…). Penso che le autorità preposte stiano indagando anche presumo per le polizze fideiussorie false fatte ai Comuni (…), mi affido a lei come sempre per toglierci dalle castagne bollenti”. Speriamo solo che l’eco di queste “cose buone e belle dell’Italia” non giunga alle orecchie della Commissione Europea, né a quelle tanto sensibili dell’onorevole Brunetta.