Bufala o no, confermata o smentita, la notizia ha già provocato un danno: far passare l’idea che si può monetizzare tutto, anche l’anima. Secondo indiscrezioni del Financial Times, i giudici della Corte dei Conti avrebbero chiesto 234 miliardi di euro di risarcimento all’agenzia di rating Standard&Poor’s che nel 2011, declassando l’affidabilità economica del nostro Paese, non ne avrebbe valutato la ricchezza storico, artistico e letteraria.

I magistrati contabili sbaglierebbero due volte.

Il debito pubblico (uno dei principali criteri di valutazione per l’affidabilità di un Paese) nasce dal bisogno di coprire la differenza fra la ricchezza prodotta e la spesa pubblica. Il principio base che regola l’acquisto e la vendita di titoli di Stato è la loro fungibilità, il fatto che possano essere scambiati: si compra oggi un pezzo di carta per poi riaverlo domani con un piccolo guadagno. In questa elementare legge economica sono esclusi tutti quei beni che, giocoforza, non possono essere commutati, come il nostro immenso patrimonio artistico. D’altronde, qualora non onorassimo il nostro debito pubblico, daremmo in cambio porzioni di Colosseo o il Cenacolo di Leonardo Da Vinci? E’ assurdo solo pensarlo e rappresenterebbe un ‘falso’ in bilancio provarci. In economia la Divina Commedia è carta straccia. “E’ come se volessimo vendere nostra madre”, sintetizza efficacemente Philippe Daverio.

Se andiamo a guardare i dati, i beni artistici finora in Italia sono stati un costo e non un fattore di ricchezza. Sono un costo perché vanno tutelati, conservati, difesi dall’usura del tempo e dalla mano dell’uomo. Chi se ne occupa lo sa bene. La collettività li prende in carico per preservare e tramandare la proprietà identità, il proprio senso e la propria visione sul futuro. C’è un dato che dimostra il fallimento dello Stato su questa materia: i beni culturali italiani aperti al pubblico incassano appena il 10% del loro costo di gestione, se affidati a un privato il 43%. Dunque, essi rappresentano un costo che può essere moderato gestendolo in maniera oculata; con capacità e volontà essi possono rendere economicamente. La cultura non è mai uno spreco, al massimo una opportunità persa.

Il prossimo 19 febbraio la Corte dei Conti pubblicherà i contenuti di questa possibile mossa giudiziaria nei confronti delle agenzie rating. Vada avanti, ma adotti ben più valide motivazioni. Ce ne sono.