La “giustizia universale” crea imbarazzi diplomatici tra la Spagna e la Cina.

Lo scorso novembre la Audiencia Nacional, organo giurisdizionale di Madrid con competenze in materia di antiterrorismo e di delitti commessi all’estero a danno di cittadini spagnoli, ha emesso un ordine di arresto nei confronti di Jiang Zemin, ex presidente cinese, di Li Peng, ex premier, entrambi ultraottantenni, di Qiao Shi, capo delle forze di sicurezza, e di altri membri della nomenclatura comunista.

Pesante il capo d’accusa: crimini contro l’umanità compiuti nella regione autonoma del Tibet.

È bastato individuare tra le vittime della repressione cinese lo sherpa Thubten Wangchen, tibetano con cittadinanza spagnola, per far abbattere la scure della giustizia universale sulla cupola politica del regime di Pechino.

La querela venne presentata nel lontano 2006 da un “comitato di appoggio” della causa tibetana che denunciava l’applicazione di leggi marziali, trasferimenti di massa dei nativi in favore di cittadini cinesi, campagne di sterilizzazione, torture di ogni genere.

Dopo orientamenti ondivaghi, la Audiencia Nacional ha formulato il suo j’accuse contro i vertici cinesi sulla base di report investigativi internazionali, della nazionalità spagnola di una delle vittime – requisito essenziale per l’applicazione della giustizia universale – e della ingiustificata inerzia delle autorità cinesi le quali non hanno aperto alcuna indagine sui fatti oggetto della pesante querela.

La solerzia dei giudici genera spesso frizioni politiche, successe anche negli anni novanta quando il procuratore spagnolo Baltazar Garzón firmò l’ordine di arresto del generale Pinochet. Quell’iniziativa suscitò clamori universali e creò lacerazioni profonde nell’opinione pubblica cilena.

Se la politica può tollerare le diverse prese di posizione di fronte ad una misura giurisdizionale non può rischiare di vedere incrinate le relazioni commerciali con la prima potenza economica mondiale.

Ecco che il partito conservatore del premier Rajoy ha trovato la soluzione, una radicale riforma della giustizia universale, concepita più per la salvaguardia degli scambi commerciali che in difesa dell’antico principio del locus commissi delicti.

La proposta di legge presentata dai “populares” al Congresso pochi giorni fa, stabilisce che ai giudici spagnoli sarà consentito aprire un fascicolo per genocidio commesso fuori dai confini nazionali solo se il procedimento è istruito nei confronti di un cittadino spagnolo o di uno straniero che risieda abitualmente in Spagna o che si trovi occasionalmente in terra iberica, sempre che le autorità spagnole abbiano prima negato l’estradizione.

Viene poi limitata l’azione popolare, i reati connessi alla giustizia universale saranno perseguibili sono su querela della persona offesa o della pubblica accusa.

Se la proposta sarà approvata, per il principio della retroattività della legge penale più favorevole al reo, si arriverà ad una rapida archiviazione del procedimento sui crimini in danno del popolo tibetano.

Nel nome della libera circolazione delle merci.

Con buona pace per il Dalai Lama