L’Italia è un paese di corruttori e corrotti e l’Ue non tarda a ricordarcelo. Il primo report della Commissione, infatti, è impietoso con il nostro Paese. Gli esempi sono tantissimi, dalle leggi ad personam, alla lunghezza dei processi e conseguente prescrizione, ma anche le collusioni tra politica, imprenditoria e criminalità, senza dimenticare gli appalti truccati.

Il fenomeno corruttivo, insomma, ha conseguenze allarmanti e la stima è di 60 miliardi. Tuttavia, mentre veniamo “bacchettati” dall’Ue, le amministrazioni pubbliche si preparano a redigere piani anticorruzione e applicare la legge. Sono per questo già stati nominati quasi ovunque i cosiddetti responsabili dell’anticorruzione. La legge 190/2012, la 33/2013 e, in ultimo, il decreto leg.vo 39/2013 hanno concentrato proprio su questa figura un impegno tanto gravoso, quanto delicato, che diventa ancor più difficile in funzione degli obblighi sulla trasparenza.

Da tempo esperti, docenti, e personale della Pa hanno evidenziato le difficoltà a mettere in pratica quanto di bello c’è scritto nel testo di legge. Uno dei motivi più convincenti è che, nonostante l’Italia abbia avuto bisogno di dotarsi di un nuovo strumento normativo in materia, non ha sentito l’esigenza di allontanare nettamente – e con delle misure ad hoc – la politica dalla gestione amministrativa nei vari enti. E dunque la domanda è sempre la stessa. Si vuole davvero combattere la corruzione in questo Paese, oppure ci servono sempre delle leggi/slogan facili da eludere?

Pensiamo alla sanità, che è uno dei settori più soggetti a fenomeni di corruzione. In sanità e nelle amministrazioni pubbliche, in generale, è stato possibile fare entrare persone esterne, affidando incarichi fiduciari. Incarichi spesso dati dal direttore generale che è, a sua volta, e nella maggior parte dei casi, uomo di questo o quel politico. Così come è stato possibile, fino a poco tempo fa, attribuire incarichi ricorrendo ai 15 septies, e la filosofia è sempre la stessa: introdurre personale all’interno dell’amministrazione senza che questi abbia superato concorso o partecipato a bandi di pubblica evidenza.

Sappiamo anche che il direttore generale, la legge glielo consente, ha ampi poteri decisionali all’interno delle Asl e delle Aziende ospedaliere. E sappiamo quanto sia in grado di incidere anche sull’avanzamento di carriera del personale e quindi sugli stipendi e così via. La domanda è: il controllato può scegliersi il controllore? Altro caso la figura del segretario comunale, per esempio, che nelle varie amministrazioni è quasi sicuramente anche il responsabile dell’anticorruzione. Se anche questi godono del principio di fiduciarietà, da parte dell’amministrazione di turno, come possono vigilare affinchè non si verifichino episodi di corruzione senza perdere il posto di lavoro?

Qualcuno mi dirà, l’organo di controllo, la Civit, garantisce che la legge sia applicata correttamente e sanziona chi non lo fa. Intanto, anche sulla Civit, l’Ue spiega: “La Commissione raccomanda di “estendere i poteri e sviluppare la capacità dell’autorità nazionale anticorruzione Civit in modo che possa reggere saldamente le redini del coordinamento e svolgere funzioni ispettive e di supervisione efficaci, anche in ambito regionale e locale”. Bruxelles evidenzia che la Civit “composta solo da tre membri e con un organico di supporto di appena 30 effettivi, soggetti a frequenti sostituzioni, sembra mancare della necessaria capacità per assolvere efficacemente” ai suoi compiti. E la stessa autorità – si legge ancora nella relazione – “interpreta le proprie funzioni in modo piuttosto ristretto, limitandosi a svolgere un ruolo più reattivo che proattivo e concentrandosi in particolare sulla trasparenza, sulle funzioni consultive e sulla verifica formale dei documenti strategici predisposti dalle amministrazioni”. Tradotto questo potrebbe significare che l’importante, ai fini dell’applicazione della legge, è predisporre il Piano, scrivere pagine e pagine di relazione e rispondere ai quesiti richiesti. Se poi, fuori dall’Ente, l’amministratore incontra Tizio o Caio e si mette d’accordo su un appalto va bene, tanto non lo vede nessuno! E la legge è stata rispettata, almeno sulla carta.

Non è molto in linea con l’argomento ma mi vengono in mente le parole del governatore della Calabria, Giuseppe Scopelliti, che forte della sua mascolinità, ha dichiarato che non candiderebbe omosessuali. Mentre, come testimoniano i fatti giudiziari, ha candidato persone che andavano a chiedere voti in cambio di appalti pubblici. Quell’uomo può governare, può scegliere i futuri governanti, e può avere un grosso peso nella gestione della sanità calabrese per esempio. Ma questo, come si dice, è un altro discorso.