L’immediata, enorme reazione planetaria alla notizia della morte per overdose di Philip Seymour Hoffman, avvenuta domenica a New York, testimonia che il connubio tra luci e ombre, tappeti rossi e autodistruzione, facciata glamour e disperazione è ancora uno dei cavalli di battaglia dello star system e del voyeurismo su cui si fonda. La favola nera questa volta esce dallo schermo per finire sul pavimento di un bagno, con 5 bustine di eroina svuotate in un cestino e altre ancora da iniettare sul letto. E Hoffman nella sua ultima apparizione finisce con una siringa nel braccio, ricordando i miti infranti di Belushi e tutti i viali del tramonto dei divi.

Ma l’evidenzia anche quanto fosse amato e considerato Seymour Hoffman, 46 anni, uno dei grandi attori americani di sempre. Stimato e profondamente apprezzato non solo dai colleghi ma nella proiezione ideale di milioni di persone che domenica hanno twittato, postato, visitato incessantemente le pagine dei siti. Studi di arte drammatica alla New York University, teatro a Broadway fin da giovane – amore sempre coltivato sia che mettesse in scena l’Otello o la commedia Jack goes boating da cui trasse il suo unico film da regista – Hoffman era dotato della rara capacità di riuscire a restituire ogni sfumatura dei personaggi ambiguissimi che ha interpretato in una carriera durata 23 anni e cominciata in tv nella serie Law & Order (1990). Basta una carrellata mentale che passi dal sudaticcio masturbatore di Happiness, allo strafottente bellimbusto in Scent of a woman, al maggiordomo untuoso de Il grande Lebowski, al sensibile infermiere di Magnolia, al porno attore dai capelli lungi e la pancia in evidenza di Boogie Nights per capire cosa sia l’eclettismo.

Corpulento, biondo, faccia larga e gote rosse, il newyorchese Hoffman non aveva – sulla carta – il fisico per fare qualsiasi cosa. Invece ha cambiato sempre direzione. Merito della sua impressionante capacità di usare la voce, di disegnare minuziosamente i gesti e di dare espressioni precise a tormentati anti-eroi che attraversavano la dolcezza per raggiungere un’attitudine luciferina. Before the devil knows you are è il titolo originale di uno dei suoi film più scopertamente cupi, tradotto in italiano con Onora il padre e la madre, ultimo film del regista Sidney Lumet. Il suo personaggio, che assieme al fratello decide di rapinare la gioielleria dei genitori, è un terreo ritratto di perdizione morale trapassato dal senso del peccato.

Ma Hoffman è stato abilissimo anche nell’indossare i panni esplosivi del giornalista musicale Lester Bangs in Quasi famosi e soprattutto quelli connotatissimi di Truman Capote in A sangue freddo, interpretazione che gli valse l’Oscar nel 2006. Con tono stridulo e timbro vocale studiato ad arte, movenze radical chic e omosessuali, sguardi algidamente spocchiosi, Hoffman è stato la reincarnazione dello scrittore di Colazione da Tiffany fino a quasi sostituirne il volto nella memoria collettiva. L’ultimo grande ruolo di un attore che non ha mai disdegnato anche il cinema più commerciale (Hunger games) è stato quello del guru ispirato a Ron Hubbard in The master con cui ha vinto la Coppa Volpi a Venezia nel 2012. Ed è anche l’ultimo film con Paul Thomas Anderson, regista e amico con cui ha girato 5 pellicole.

Hoffman abusò di sostanze da giovane, ma era ripiombato nella dipendenza nel 2012. E, nonostante avesse cercato di disintossicarsi dopo una settimana da eroinomane, non ne era più uscito. Alcuni mesi fa, poi, la separazione dalla compagna, la costumista Mimi O’Donnell, 14 anni e figli assieme. La scoperta del suo corpo è avvenuta infatti dopo che Hoffman non era andato a un appuntamento con il figlio Cooper. Da lì l’allarme e il triste ritrovamento nell’appartamento in cui era andato a vivere. Gli impegni erano ancora tanti e Hoffman aveva annunciato di voler dirigere un secondo film. Ma qualcosa s’era incrinato sul serio. E ha portato via un grandissimo attore di cui il cinema sentirà la mancanza.

Il Fatto Quotidiano, 4 febbraio 2014