Si celebra oggi la Giornata Mondiale contro il cancro organizzata dall’Union for International Cancer Control (Uicc). Lo slogan della giornata, che ne indica il messaggio principale, è “sfatiamo i miti”. Bellissima idea, se sfatare i miti significa offrire un po’ di sana e corretta informazione senza cadere nei diktat, nella polemica e nel marketing.

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I miti da sfatare secondo Uicc sono tutti ugualmente importanti. Voglio riflettere su alcuni.

Primo mito: non c’è bisogno di parlare di cancro. Spero che si sia più avanti di così, di cancro si può e si deve parlare perché l’informazione aiuta a conoscere gli strumenti di diagnosi precoce (per esempio) ma anche le cure più utili per chi ha una malattia tumorale cronica. Di loro non si parla mai (o quasi), delle persone che hanno un tumore e non sono guarite e trascorrono grande parte del loro tempo negli ospedali con i controlli e le cure. Non si parla della loro condizione psicologica diversa dalla condizione di chi, pure avendo avuto il grande trauma del tumore, lo ha sconfitto o è in un periodo di assenza di malattia. Sono tanti, sono i pazienti che convivono con una malattia che (forse) non guarirà: prima di scrivere questa riflessione osservavo chi era seduto nei corridoi dell’istituto dove lavoro e aspettava per una visita, per un intervento o una somministrazione di chemioterapia. “Se adesso dicessi loro che è la giornata mondiale contro il cancro cosa mi risponderebbero?”, pensavo e immaginavo la reazione di ciascuno. Sfatare il primo mito cioè iniziare a parlare di cancro in modo rispettoso e onesto è ammettere che esistano malattie non ancora curabili, e tanta gente che ha bisogno della nostra attenzione umana e professionale.

Il secondo mito: non ci sono segni e sintomi di cancro.

Il terzo mito: non c’è nulla che io possa fare per il cancro. Ho letto in giro e chi ha commentato questo mito lo ha fatto (con alcune eccezioni, ovviamente) puntando sulla diagnosi precoce. Voglio pensare invece a chi è già malato e pretendo che ci si concentri sull’abolizione del falso mito anche lì. Ci sono cose da fare, e se non tutte sono risolutive dobbiamo impegnarci ancora di più perché un giorno lo siano. E dobbiamo essere presenti per aiutare tutti ad avere una qualità della vita accettabile, a non avere dolore e a comprendere cosa stia accadendo e perché. Sfatare questo mito è accettare di assistere al dolore. Il dolore è difficile da guardare e solleva tanti dubbi, mette in crisi: non osservarlo perché fa paura è sbagliato. Il dolore esiste, esiste la morte ma esiste anche l’impegno onesto, leale perché le condizioni di vita, breve o lunga che sia, diventino accettabili e umane.

Quarto mito: non ho il diritto di ottenere una cura per il cancro. La parità di trattamento non dipende solo dalle condizioni economiche, per fortuna l’Italia è ancora quasi indenne da alcune differenze atroci di altri Paesi apparentemente più evoluti. La differenza può essere nella preparazione del personale e nella struttura cui ci si affida, ed è una differenza che – piaccia o no sentirselo dire – ha un impatto sulla probabilità di guarigione o controllo a lungo termine della malattia. Responsabilità del singolo nell’aggiornamento? Certo. Responsabilità delle strutture che devono garantire agli utenti una qualità al di sopra di un certo livello? Certo. Cooperazione, soprattutto. E comprensione di un solo, cruciale concetto: la cooperazione aiuta, la discordia tra medici e strutture sanitarie per questioni di marketing (sono quasi sempre questioni di marketing) dovrebbe essere sanzionata con severità. Perché se a una cura equa e di alto livello per tutti si deve arrivare è impensabile passare attraverso la reciproca critica tra chi dovrebbe fare gruppo unico per aiutare i malati.