Dalle mie parti, se per la prima volta ti presenti a una persona, ti chiedono “a ccù appartieni“, di che famiglia sei, insomma, qual è il tuo clan, il tuo branco di riferimento, perché se tu non “appartieni” ad altri che a te stessa c’è chi ti azzanna, insulta, intimidisce, c’è chi ti impone di tornare entro il recinto. La comunicazione sul web oggi segue questa stessa modalità. Se non appartieni quasi sicuramente becchi insulti da una parte o l’altra, nel bel mezzo di una delle tante guerre di religione che si celebrano ogni giorno. 

Lo scontro che riguarda grillini e boldriniani rientra in quelle modalità. Demoni e madonne, con tifoserie accluse. Da un lato quelli che tentando di difendere fanno perfino peggio, ché se rispondi a un “potenziali stupratori” dicendo che “tu non corri nessun rischio” hai semplicemente tirato fuori il più becero e sessista luogo comune sullo stupro. Dall’altro lato quelle che usano strumentalmente l’antisessismo per dare una mano al partito e al governo, facendo lo spot a securitarismi vari e prestando il fianco a soluzioni repressive e carcerarie che dovrebbero essere utili alle donne. 

Quello che sfugge è che la discussione non si può esaurire tutta entro il contesto istituzionale e dal mio punto di vista la strumentalizzazione delle polemiche è funzionale anche a mettere fuori gioco qualunque forma di protesta, resistenza, che non sia precisamente riconducibile alle regole imposte. I movimenti in generale ne escono fuori massacrati, perché se quasi ci si permette di dichiarare fuorilegge un movimento che è interno al parlamento, figuriamoci quello che diranno di chi combatte fuori.

Sono quei movimenti che non stanno né qua e né là, perché non si identificano in quelle modalità, non riconoscono neppure le istituzioni come luoghi in cui si possa svolgere un reale cambiamento, perciò considerati eversivi a prescindere, secondo chi in questi giorni impone il verbo delle regole “democratiche” universalmente valide. Sono movimenti antagonisti rispetto alle istituzioni, non sono legalitari perché non sempre considerano la legge giusta e lottano affinché siano abolite tutte le galere, di qualunque tipo. Da quella prospettiva la discussione di questi giorni continua ad essere fumosa, incomprensibile, perché gli uni, quelli che vorrebbero cambiare le cose dall’interno, sembrano speculari alle altre e nessuno mette in realtà in discussione proprio nulla dei meccanismi che regolano i luoghi di potere. Anzi quei meccanismi ne risultano rafforzati.

A subire la discussione di questi giorni ci sono anche i femminismi, libertari, antisecuritari, non filo/istituzionali, che non possono di certo andare d’accordo con chi gestisce il femminismo redistribuendo ruoli di genere identici a quelli di una famiglia vecchio stile. Ci sono le matriarche, quelle che tengono buone le figlie e all’occorrenza le fanno sgridare e sculacciare dal paternalista, il patriarca buono, il quale a parte dirci che siamo poco cresciute se non impariamo a rivolgerci alle autorità, per ottenere tutela, noi povere e fragili fanciulle, poi sorveglia anche la nostra moralità. Insieme ci insegnano che non siamo di certo noi che possiamo trovare le parole giuste per rispondere a un sessista. Ci dicono che parlare ironicamente di sessualità e fellatio in pubblico è “turpiloquio” e che le fanciulle, invece, devono stare composte, parlar bene e chiamare papà quando un maschiaccio dice brutte cose.

E’ maternage istituzionale, che per quello che mi riguarda non considero neppure femminismo, e che tra un balletto e una iniziativa a celebrare le vittime della violenza ci vuole comunque fragili, vittime, consegnate alla protezione di padri padroni arroganti e spocchiosi che vorrebbero loro dirci come dovremmo essere donne. E’ un femminismo che dovrebbe investire sull’autostima delle donne e in realtà è lì a fare marketing (istituzionale) sollecitando le prestazioni fisiche e virili del tutore e del patriarca buono. E’ quello che approfitta per obbligare le elette del M5S a supportare le sessiste quote rosa e non riesce a fare altro che raccontare l’hate speech a senso unico, quando in tante sappiamo perfettamente che quegli insulti vengono proferiti, da uomini e donne, ogni volta che deludi il branco, che non sei d’accordo, che ti esprimi autonomamente. 

Non c’è una sola che non si sia sentita dare della pompinara o della zoccola, venduta, a seconda delle posizioni politiche che via via assumeva, perché il sessismo è pesante, diffuso ovunque, e non è una esclusiva dei grillini. Perciò tante non sono disposte a legittimare chi svolge l’antisessismo in maniera vittimista, accreditando ancora fior di paternalismi, risuscitando perfino quel femminismo moralista che speravamo già sepolto. Tante non hanno voglia di prestare il fianco a chi si arroga il diritto si autoattribuirsi patentini morali antisessisti anche se poi adopera l’antisessismo e le donne come pretesti per mettere fuori gioco gli avversari.

Non è più tempo, capite? Siamo tante e siamo stanche. Di essere usate, citate, rappresentate, perfino riprese in pubblico o insultate perché non accettiamo, appunto, di essere usate, rappresentate da chi ci usa e non ci rappresenta. Siamo stanche perché abbiamo problemi seri, di precarietà e sopravvivenza, e il vostro reality show va bene per un po’ ma poi anche basta. Siamo stanche di subire gli scontri tra demoni e madonne, con relativi roghi destinati a chiunque e quel gran brutto clima da crociata santa e controriforma che si diffonde contro chi non pronuncia parole allineate. Esistono anche quelle come me. Non sono la sola. Fatevene una ragione.