Dopo sette anni dall’inizio del processo arriva la condanna definitiva per Marco Dessì, l’ex sacerdote sardo accusato di avere abusato sessualmente di alcuni bambini che vivevano nella comunità di Betania nella città di Chinandega in Nicaragua. La Cassazione ha confermato la pena definitiva di sei anni di reclusione per abuso su minori, dimezzando quella di primo grado di dodici anni a cui nel 2007 il Tribunale di Parma aveva condannato il missionario. Le sue colpe però erano già state messe nero su bianco da qualche anno a seguito di un’ inchiesta interna del Vaticano aperta sul suo conto. Con un provvedimento inappellabile, Papa Benedetto XVI a febbraio 2010 lo aveva ridotto allo stato laicale a causa delle pesanti accuse piovute su di lui e le ombre sul suo operato in Nicaragua.

Dessì, che all’epoca dei fatti contestati era ancora un prete, venne arrestato nel 2006 su richiesta della Procura di Parma dopo un lungo periodo di indagini coordinate dal pm Lucia Russo. A denunciare il missionario, che per anni aveva diretto la missione Betania a Chinandega, furono le due associazioni “Rock no war” di Modena e “Solidando” di Cagliari, che da sempre collaboravano con la comunità per la raccolta fondi da destinare al progetto avviato in Nicaragua. La missione cercava di dare un aiuto ai bambini che vivevano in mezzo alla strada a Chinandega, cercando di costruire per loro un’alternativa per un futuro migliore. Ma quelle accuse portarono alla luce una realtà molto diversa, che vedeva al centro dello scandalo proprio il direttore della comunità don Dessì. In un dvd un volontario che si era recato in Nicaragua raccolse le denunce di sei minorenni che raccontavano degli abusi subiti dal prete, che successivamente vennero inviate alla Procura di Parma.

Secondo l’accusa, il sacerdote avrebbe abusato dei bambini della missione, in particolare dei componenti del coro, fin dalla metà degli anni Novanta. Orrori raccontati dalle testimonianze delle vittime del missionario, i ragazzini che avrebbero dovuto essere salvati dalla strada e che invece di ritrovare la speranza nel futuro, si erano ritrovati dentro un incubo ancora peggiore. Nel computer personale di Dessì vennero rinvenuti dagli inquirenti anche oltre 1.400 file pedopornografici, che inchiodavano l’ex sacerdote alle sue responsabilità. Il 4 dicembre 2006 per lui scattarono le manette mentre si trovava per motivi di salute nel suo paese di origine in provincia di Cagliari, a Villamassargia. A maggio 2007 la prima condanna dal Tribunale di Parma confermò l’accusa di violenza su minori con una pena di dodici anni. La Suprema Corte ha annullato due volte le sentenze di appello a suo carico, che avevano ridotto la pena prima a nove e poi a sette anni, per poi finire con una condanna di sei anni nell’ultimo processo di secondo grado nel 2012. Una pena che è stata confermata definitivamente dalla Cassazione.