La scuola dovrebbe essere una nave alla scoperta di nuove terre, di nuove albe e di nuovi orizzonti, invece a volte riesce ad essere un condominio dove gli inquilini nemmeno si salutano. Nel mio lungo peregrinare di precaria biblica, mi sono trovata parecchie volte di fronte a situazioni che fanno riflettere. Sappiamo tutti che la situazione degli insegnanti di sostegno, in Italia, è vergognosa: i ragazzi che hanno bisogno di un aiuto psicologico, relazionale o cognitivo aumentano sempre di più e gli insegnanti specializzati sono tutti già impegnati.

Allora cosa si fa? Si reclutano insegnanti di altre discipline secondo un principio di graduatorie incrociate per seguire ragazzi a cui un piccolo difetto può rivelare la crudeltà della vita. Questi insegnanti, di solito, sono tutti giovani, bravi, pieni di speranze e desiderosi di rendersi utili sapendo già che intraprendono un incarico difficile, impegnativo e a volte frustrante. Ma non per i loro ragazzi, bensì per gli insegnanti curriculari a cui devono servilmente chinare il capo, essere camerieri e umili servi. Pena: una vessazione  giornaliera che inverte le parti: gli insegnanti di sostegno alla fine dell’anno sono i clienti che affollano le sale d’aspetto di psicoanalisti con radici freudiane.

Il loro esempio deve essere ascoltato per evitare drammi familiari. Nella mia memoria rimarrà sempre un ragazzo a cui mi ero affezionata, era musicista come me e quando lo vedevo, triste di solito, guardava fuori dalla finestra e sorrideva. Aveva accettato l’incarico Edoardo, anche se era un musicista, come quasi tutti gli insegnanti di sostegno, e anche qui si dovrebbe riflettere su una classe di concorso che non si dovrebbe chiamare più musica, ma musicisti di sostegno. Senza dimenticare a quale destino indirizzano i conservatori che continuano a diplomare eccellenti musicisti senza un futuro e senza sentenza d’appello.

Ma questo è un altro discorso, parliamo di Edoardo. Edoardo era un bravissimo pianista: aveva vinto concorsi nazionali ed internazionali, diplomato a pieni voti, premiato ad ogni corso di perfezionamento solistico o di musica da camera, più volte destinatario di borse di studio in vari Paesi del mondo. Ma la sua vita si incrociò come per gioco con la mia, quando entrò in una scuola che distava un’ora da casa sua, scuola immersa nella nebbia e nelle meschinità di un bigottismo raccontato egregiamente dai film di Pietro Germi. Gli avevano affidato tre ragazzini con un lieve ritardo di apprendimento, buoni e soprattutto innamorati del loro insegnante. A loro Edoardo spiegava benissimo italiano, inglese, tecnologia, francese, storia e soprattutto mitologia. Mi ricordo che un giorno sono entrata nella sua aula e loro erano appesi alle sue labbra che raccontavano le gesta di Zeus e di Era, di Enea e di Elena e le raccontava come suonava il pianoforte: con la passione, con quella semplicità nello spiegare che svelava il duro lavoro passate sullo strumento.

Ore che non finiscono mai, perché l’arte è un divenire perpetuo che si trasforma appena diventa concreto. Ma Edoardo aveva un tallone d’Achille: la matematica, e senza nessuna pretesa lo confidò all’insegnante. Un’insegnante che forse non aveva capito che per certi ragazzi, noi protagonisti della scuola, dobbiamo assicurare un progetto di vita, non interferire nella loro vita con le regole di un trapezio che possono massacrare la poca stima che è rimasta loro. Per cui, Edoardo era diventato per quest’insegnante l’ennesimo caso di sostegno, umiliandolo in continuazione, creando una delle tante lobby che affollano la scuola. Lo faceva sentire una persona che doveva strisciare contro i muri di quella realtà rappresentata solo da chi sapeva convergere e non da chi sapeva illuminare occhi già spenti da persone che non respirano mai una boccata di aria fresca.

Edoardo, secondo lei, doveva studiare giorno e notte matematica, doveva essere lei, doveva diventare un burattino diretto da fili prestati a mani che non hanno mai accarezzato. Un giorno, dopo aver assistito al suo ennesimo tentativo di omicidio morale, la mia coscienza ha avuto un sussulto e tutto quello che avevo nel cuore è fiorito dopo mesi d’inverno. Edoardo le aveva chiesto di non ferirlo più, ma lei come una kapò non l’aveva neanche degnato di un commento. Allora improvvisamente e con tutta la ferocia che aveva nell’anima, ha dovuto sentire le mie parole, quelle che raccontavano tutto il mio disprezzo per una classe insegnante che produce automi, persone senza curiosità, organizzati nel corpo ma con un nulla nell’anima.

Le ho ricordato che la dispersione scolastica nasce da persone come lei che non conoscono lo scambio, la relazione e l’umiltà di guardarsi allo specchio. Perché se si specchiassero, vedrebbero un fantasma che si aggira tra le vite di ragazzi che hanno bisogno di luce, di essere felici di andare a scuola e vedrebbe anche Edoardo incoronato dai suoi allievi speciali, re delle loro uniche ore felici a scuola. Le ho ricordato quello che Edoardo mi aveva raccontato il giorno prima, un giorno che la sua fantasia era più vera della vita stessa. Ricordava il diluvio universale dove secondo la versione di Igino Astronomo nelle Fabulae i due coniugi hanno, come premio per la loro virtù, diritto a un desiderio, ed essi chiedono di avere con loro altre persone; Zeus consiglia allora ai due superstiti di gettare pietre dietro la loro schiena, e queste non appena toccano terra si mutano in persone.

Ecco, Edoardo era un superstite di questo mondo di inquilini e se avesse scagliato una pietra dietro la schiena l’avrebbe tramutata non in una persona, ma in una scuola. In una scuola dove la costruzione di una memoria e di un futuro non si fanno sulle basi di un trapezio, ma attraverso persone che lo trasformano in un arco con delle frecce. Per raggiungere nuove terre, nuove albe e nuovi orizzonti. Non penso che abbia capito, ma Edoardo da allora porta sempre una pietruzza nella tasca. Perché sa che dalla sua poesia può far nascere la passione a ragazzi umiliati da persone che non hanno mai aperto la finestra della loro vita.

di Claudia Pepe

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