La stampa italiana definisce “impietoso” il report della Commissione Ue sulla corruzione: 60 miliardi di euro l’anno il “costo” per i cittadini italiani (120 miliardi per l’intera Unione). Nulla di nuovo sotto il sole. Questa cifra, a mio modo di vedere sottostimata, è oramai un dato “cronico”.

La corruzione sistemica nel settore pubblico rappresenta uno dei principali ostacoli all’efficienza, agli investimenti esteri diretti e all’innovazione, impedendo il corretto funzionamento dell’unione monetaria. Ecco perché l’Euro non può funzionare: perché i sistemi criminali hanno potuto agire liberamente, in mancanza di un quadro normativo europeo.

Per questo, fin dall’inizio del mio mandato parlamentare, ho insistito affinché si disegnasse un piano d’azione europeo, efficace e concreto. Lo abbiamo fatto, con la Commissione Crim (che ho presieduto per il suo intero mandato).

La Crim ha elaborato un testo di fondamentale importanza (approvato lo scorso 23 ottobre dalla plenaria del Parlamento Europeo), dando un fortissimo atto di indirizzo politico, nel quale ha ad esempio riconosciuto nel segreto bancario – del quale chiede l’abolizione in tutti gli Stati Membri che ne facciano ancora uso – uno degli strumenti più utili alle organizzazioni criminali per nascondere i profitti illeciti derivanti dalla corruzione e dal riciclaggio.

La Crim ha inoltre chiesto maggiori controlli, più trasparenza e l’introduzione di nuove norme sul conflitto di interessi (ad esempio tra il settore pubblico e quello privato) e in materia di appalti pubblici (anche l’esclusione dalle gare – per almeno 5 anni – per chi ha riportato condanne definitive) e a tutela di chi denuncia gli illeciti.

Molti dei “suggerimenti” della Commissione Europea resi noti oggi sono pressoché identici a quelli contenuti nel testo della Crim approvato dal Parlamento Europeo. Questo fa ben sperare: significa che la Commissione Europea riconosce il nostro lavoro e intende dare seguito alle richieste del Parlamento.

I provvedimenti-pannicello recentemente pensati ed elaborati dalla classe politica italiana non possono certo essere una risposta alle esigenze di un’intera società vittima di un vero e proprio sistema criminale organizzato (di cui la politica si è rivelata troppo spesso complice): la frammentazione delle disposizioni relative ai reati di concussione e corruzione, così come la mancata reintroduzione del reato di falso in bilancio, fanno dell’ultima legge italiana anticorruzione un provvedimento insufficiente e sotto alcuni aspetti persino ambiguo.