“Pronto, signora. Qui è la direzione per le indagini criminali. Deve venire a ritirare la salma di suo figlio”. 

Così, il 26 gennaio, la madre di Fadel Abbas ha appreso che suo figlio, 19 anni, era morto: l’ultimo di oltre 80 manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza del Bahrein dall’inizio della rivolta che tanto abbiamo raccontato in questo blog.

Quella telefonata gelida, mortifera, burocratica ha rotto un silenzio che durava dall’8 gennaio, l’ultimo giorno in cui la madre di Fadel Abbas aveva visto suo figlio in vita. Il ministero degli Interni ha parlato di una visita in ospedale, il 13 gennaio, ma nessuno l’ha confermata. 

L’8 gennaio, Fadel Abbas era andato a trovare un ex prigioniero appena liberato, nel villaggio di Markh. Secondo il ministero dell’Interno, la polizia aveva agito per autodifesa sparando al ragazzo mentre questi, a bordo di un’automobile, stava per travolgere un posto di blocco onde evitare l’arresto per traffico di armi e di esplosivi.

Secondo gli attivisti locali per i diritti umani, nel corso di una colluttazione con gli agenti di polizia che volevano arrestarlo, Fadel Abbas era stato colpito da proiettili alla testa e a una gamba

Per 18 giorni Fadel Abbas è stato un desaparecido. Suo padre lo ha cercato negli ospedali e nelle stazioni di polizia. Poi è riapparso. Morto. 

Neanche il funerale è stato un momento di pace. Nel villaggio natale di Diraz erano più i poliziotti che i partecipanti alla cerimonia. Non è mancato il solito rituale di gas lacrimogeni, colpi d’arma da fuoco e arresti.

Il 14 febbraio saranno trascorsi tre anni dalla rivolta dimenticata del Bahrein. Di questo oblio e della protezione politica di Stati Uniti d’America e Gran Bretagna si nutre e si avvantaggia la famiglia reale al Khalifa per portare avanti la repressione.