Se c’è un capo talebano da uccidere oppure dei rifiuti tossici da individuare l’utilizzo di un drone è oggi indispensabile. Rispetto all’uso monotematico dei militari sembra che i droni possano svolgere compiti diversi ed essere utilizzati nei campi più svariati. Dalla Terra dei Fuochi fino alle missioni internazionali di pace. Sono talmente importanti che in diversi laboratori tedeschi o olandesi, agenti in incognito, cercano di carpire i segreti dei software o hardware utili per il loro funzionamento.

L’uso dei droni sembra comunque caratterizzato da un ridotto uso di regole e tale fatto ha consentito enormi balzi in avanti. Contro il Far West di questa tecnologia protestano da tempo varie organizzazioni umanitarie. L’Enac, ente nazionale italiano dell’aviazione civile, ha varato una bozza di regolamento allo scopo di disciplinare l’uso dei droni con un peso inferiore ai 20 chili. Ma quali spazi potranno essere riservati a questi velivoli? Ci saranno delle limitazioni al normale traffico aereo? Al momento in Italia non esiste né una normativa che ne vieti l’utilizzo né una che autorizzi gli operatori a farli alzare in volo. Altre nazioni come l’Inghilterra, Francia e Germania hanno già provveduto a stilare un codice dei cieli per i velivoli senza pilota, anche se rimangono alcuni dettagli da sistemare. Negli Usa il presidente Obama ha firmato un act che darà luogo a partire dal 2015 a un’autentica rivoluzione dei cieli.

La flotta italiana, acquistata per un importo complessivo di almeno 380 milioni di dollari, consiste oggi in 12 aerei teleguidati (6 Predator e 6 Reaper o Predator B); di questi ultimi se ne parlava già dall’estate del 2012. Due di questi esemplari sono oggi operativi nella base di Camp Arena a Herat. I 6 Predator  progettati per perlustrare territori e scattare immagini, verranno dismessi soltanto nel 2020. Per Teal Group, azienda di analisi di mercato, il business per i droni aerei (Reaper e Predator), sia militari sia civili, dovrebbe toccare i 5,8 miliardi di dollari nel 2017. Dalla base di Amendola (FG) gli Uav (sigla che li identifica) decollano per le missioni di ricognizione e protezione dei militari italiani in Afghanistan. Nel 2011 i Predator italiani sono partiti per la Libia contribuendo in modo rilevante, per gli analisti statunitensi, all’identificazione di target sensibili da abbattere. Nel gennaio 2013, l’Italia ha concesso il suo supporto logistico ai francesi per l’intervento militare in Mali, mettendo a disposizione anche i propri droni per un contributo aereo non militare, cioè rifornimenti e osservazione in volo.  Il ruolo dell’Italia è destinato a diventare nel prossimo futuro anche più strategico con la trasformazione della base aeronavale di Sigonella, in Sicilia, nell’hub più importante al mondo per i droni.

Proprio in questa base trovano ospitalità veri droni killer che in gran segreto gli Usa utilizzano per i conflitti in Afghanistan, Pakistan, Somalia etc. Proprio al Pakistan, all’epoca del generale Musharraf, l’Italia aveva venduto ben 25 droni, tanto da dotare “il paese dei puri” di un piccolo arsenale telecomandato. Progettato  dalla Selex Galileo il “Falco” era arrivato ad Islamabad per contrastare il terrorismo. Dopo la caduta di Musharraf e l’indecifrabile rapporto Usa-Pakistan, amici/nemici, i droni made in Italy sono passati per un attimo in secondo piano. Quello che preoccupa è comunque l’enorme business che c’è dietro che va oltre la trattativa sugli F35 che ha suscitato non poche polemiche anche nel nostro Paese. Inoltre l’utilizzo di questa tecnologia è ancora incerto visto il particolare utilizzo e il segreto che l’avvolge. A livello militare esiste il denail of information, ovvero negare una informazione o passarla male. Siamo forse di fronte a qualcosa che ci viene negato di sapere? Una vera e propria guerra segreta condotta dalla Cia e alimentata tra l’altro dall’industria della difesa italiana che realizza successi bellici riempendo le casse di Finmeccanica.