A tre anni da Il Grinta, Joel ed Ethan Coen tornano a scrivere, dirigere e coprodurre un nuovo progetto. Dimentichiamoci le ambientazioni western e i fasti di quella grande produzione, tralasciate le ambizioni di un lungometraggio pensato e venduto per un pubblico più ampio che, solo in America aveva guadagnato oltre 170 milioni di dollari, questa volta i due registi hanno scelto di dedicarsi a un film dai toni più intimi.

Siamo nel 1961, nel cuore del Greenwich Village, diversi anni prima che Bob Dylan apparisse imponendosi nella storia della musica mondiale, Llewyn Davis, intona due canzoni in un piccolo locale di periferia, di fronte a una platea decisamente ristretta. Il giovane, interpretato da Oscar Isaac, è un cantautore folk che con la chitarra sempre in spalla e una giacca come unico riparo dal gelido inverno di New York (un cappotto sarebbe costato troppo), tenta di sbarcare il lunario con qualche live nel pub di quartiere. Aspetto trasandato, modi rudi e un animo tormentato, Llewyn comincia la carriera col piede giusto, con un disco inciso insieme a un amico, che sembrava avere delle buone possibilità di successo. “Timlin & Davis”, questo il nome del duo, fino al giorno in cui Timlin decide di abbandonare il progetto, nella maniera più drastica possibile, lasciando a Davis nient’altro che sensi di colpa sui quali tormentarsi.

Presentato in concorso al Festival di Cannes dell’anno scorso, dove ha vinto il Gran Premio Speciale della Giuria, A Proposito di Davis rientra tra quelle pellicole in cui i Coen decidono di indagare nel profondo universo psicologico di ogni personaggio, delineandone gli aspetti più delicati e al tempo stesso controversi. Così era stato per Larry in A serious man o per Anton Chigurh, lo spietato killer al quale prestava il volto Javier Bardem in Non è un paese per vecchi.

In questo caso, Llewyn ci viene presentato attraverso il punto di vista degli altri personaggi, dall’anziano discografico che tenta costantemente di raggirarlo, all’amico e collega Jim, che prova compassione per lui, fino all’ex compagna, Jean, preda di un profondo rancore nei suoi confronti e che ha da poco scoperto di essere incinta, addossandogli la colpa e perfino le spese necessarie per abortire. A interpretarli, un cast scelto accuratamente e diretto con passione, in cui spiccano, tra gli altri, Justin Timberlake, Carey Mulligan, che torna a dar prova delle sue doti canore, oltre che attoriali, dopo la struggente performance in Shame di Steve McQueen, e John Goodman, uno degli attori feticcio di casa Coen. Che i due registi fossero esperti di musica, specie quella dell’America degli anni ’60, ne eravamo consapevoli. Una pellicola come Fratello, dove sei?, la cui colonna sonora vinse un Grammy Award raccontando le radici della musica statunitense, ne è soltanto la riprova, ma questa volta i Coen hanno deciso di attingere a piene mani in quel retroscena musicale che fu fonte d’ispirazione per lo stesso Dylan, uno tra i musicisti a cui sono più legati, come spesso ci tengono a sottolineare.

Il pretesto ideale da cui partire era la vera storia del cantante Dave Van Ronk, icona folk dello scorso secolo, rimasto all’ombra di colleghi dalla fama più ingombrante. La vita di un emarginato vissuto in un’epoca in cui a New York ci si poteva ancora permettere di sopravvivere ai margini della società, andando avanti a forza di espedienti. Era il soggetto perfetto per disegnare il protagonista del film, che i due cineasti accompagnano attraverso una serie di disavventure ai limiti dell’immaginabile, vestite con il loro irresistibile umorismo nero e grottesco. Un film complesso, che si dispiega adagio lungo le note di una canzone folk e che, mantenendo un ritmo costante, non accenna a spegnersi, regalandoci un’altra perla da inserire nella cinematografia dei due geniali fratelli di St. Louis Park. Nelle sale dal 6 febbraio.