La campagna di alcune riviste fotografiche

Dal numero di gennaio, sulla seconda pagina di copertina di ben otto riviste italiane di fotografia, appare la stessa pagina rosso fuoco che vedete qui sopra.
Cosa vuole comunicare? E cosa in effetti comunica?
Il campo della fotografia, come e forse più di altri, ha visto l’editoria specializzata travolta dal moltiplicarsi esponenziale delle risorse disponibili gratuitamente sul Web.
E così, sebbene concorrenti tra di loro, alcune riviste fatte di carta hanno deciso di coalizzarsi.

Occorre però fare un passo indietro e ”inquadrare” il contesto.
Fino a ieri la funzione “formativa e informativa” delle riviste fotografiche, in Italia e nel mondo, è stata fondamentale e ineludibile per tutti i fotografi, professionisti e amatori. Questo è stato per decenni, di fatto, l’unico canale di accesso per avvicinarsi alla conoscenza degli autori, della tecnica, del mercato. La sola ulteriore possibilità era costituita da alcune fiere di settore (in Italia il Sicof) che coagulavano un interesse e una partecipazione enormi. Poche le mostre, pochi i libri.

Nel nostro Paese, in assoluto, la prima testata di settore fu “Progresso Fotografico” (tuttora esistente): anno 1894. Il periodo di massima espansione e vivacità delle riviste di fotografia fu tra gli anni ‘70 e gli ‘80, complice da una parte la diffusione della pratica e dall’altra l’animarsi del dibattito culturale e anche sociale sul tema.

Il primo numero di "Progresso Fotografico" nel 1894

Vero è, però, che alcune di queste riviste scivolarono gradualmente sempre più verso una sorta di schizofrenia, figlia proprio della loro accresciuta potenza anche commerciale. Mentre l’analisi critica e culturale era spesso molto alta (a scriverne erano firme quali Giuseppe Turroni o Ando Gilardi, solo per citare due nomi storici tra i molti), quando poi si parlava di tecnica e di prodotti, lo zampino degli inserzionisti (i produttori di macchine fotografiche, obiettivi, ecc.) si percepiva pesantemente: ogni nuovo oggetto di desiderio per fotografanti che veniva presentato e “analizzato” risultava immancabilmente mirabolante e dunque vivamente consigliato.

Passano gli anni e toh!, arriva Internet, arriva la crisi economica, arriva uno smartphone che spesso sostituisce tutto l’ambaradan di corpi-obiettivi-accessori feticcio attorno a cui la passione sbavava.

E in un duecentocinquantesimo di secondo tutto cambia.

La rete pullula di risorse in quantità infinita, tra blog, riviste online, siti di produttori e forum, che forniscono ogni informazione possibile in modo immediato e gratuito.
Esattamente quel che avviene, in misura variabile, in tutti i settori, mentre aleggia la grande domanda: sì, va bene, grazie, tutto subito e gratis, bello, fighissimo, ma la qualità di quest’informazione come la posso giudicare, come la posso valutare?

Ed è qui che scatta la singolare campagna delle riviste fotografiche, campagna che richiama due parole già unite da Oriana Fallaci: rabbia e orgoglio.
Sì, perché dalle righe di questa pagina corale traspare la rabbia per come un media che ritengono – a torto o a ragione – fuori controllo avrebbe frantumato la loro solidità, e l’orgoglio di rivendicare autorevolezza certa in un mare indistinto d’improvvisati “esperti” nati come funghi in rete.
Nei rispettivi editoriali che accompagnano l’iniziativa, com’è ovvio, si fa un distinguo ammettendo che esistono anche autori seri sul Web, ma il claim della campagna parla chiaro: stampa specializzata sinonimo di solide basi contrapposta a Internet come regno della scopiazzatura.

Visto che ci occupiamo di fotografia, più che mai dovremmo guardare anche i grigi senza limitarci a considerare tutto o bianco o nero.
Non ne farei una guerra di posizione (come appare), ma l’occasione per un confronto, utile a tutti.
Beninteso, io sono infinitamente riconoscente ad alcune riviste di fotografia che hanno accompagnato tutta la mia esperienza e formazione, e a qualcuna sono ancora fedele (altre sono defunte nel frattempo).
Ma non per questo demonizzo il Web, dove cerco semplicemente di distinguere.

Un numero di "Popular Photography Italiana" nel 1968

E’ vero, in tanti (troppi) si buttano al grido di “Ci sono anch’io” e, senza un’adeguata preparazione specifica, pontificano a suon di “copia e incolla”, ma è pur vero che ci sono anche molte isole felici, molte aree di dibattito profondo, molti blog e molte fonti di assoluto valore che aggiungono qualcosa e non sottraggono nulla.
Per contro, va ammesso che alcune riviste di fotografia, oggi più che mai, si sono ridotte ad essere essenzialmente megafoni redazionali di case produttrici. Sentendosi all’angolo, hanno scelto di arroccarsi sull’ultima spiaggia: lusingare produttori e distributori per attirare una pagina di pubblicità in più, sperando di salvarsi in qualche modo. E ho detto alcune riviste, ce ne sono di ottime e non sta a me, qui, stilare classifiche.

Dunque non va posta la questione come una scelta di campo – carta vs. rete – ma come invito alla sinergia e alla selezione: il meglio della carta di fianco al meglio della rete. Questa e solo questa può essere la direzione virtuosa.

La rete è un termometro, e come tale imprescindibile per misurare la “febbre” di un settore.
Il termometro racconta che c’è sempre meno voglia del test sulle caratteristiche ottiche dell’ultimo obiettivo di marca XY e sempre più fame di capire il lato espressivo della fotografia, la sua funzione nella contemporaneità, l’opera degli autori, l’alchimia della composizione, il ruolo del fotografo nelle comunicazione.
Non so se il vecchio e francamente consunto detto secondo cui una foto vale mille parole sia mai stato realmente plausibile, ma credo si possa sostenere che ogni parola, così come ogni fotografia, differisce per il suo peso specifico.
Fabbrichiamoci una bilancia.

Twitter: @ilfototipo