Le agenzie di rating non sono sempre affidabili, sappiamo bene i danni che hanno fatto certificando come investimenti sicuri i derivati tossici e amplificando la speculazione sul debito pubblico dei Paesi dell’euro tra 2010 e 2012. Ma ogni tanto hanno il pregio di sottolineare l’ovvio, come ha fatto ieri Standard&Poor’s, la più importante delle tre agenzie americane che dominano il mercato. Nel suo report sull’Eurozona, S&P avanza un certo scetticismo sull’Italia: “Siamo ancora incerti se i trend economici e nelle decisioni politiche reggeranno”.

Non è ovviamente solo la situazione politica, difficile da decodificare, a inquietare gli analisti. Ci sono i numeri. Due in particolare. Quello sulla crescita è il più preoccupante: “La domanda di lavoro e le condizioni del credito strette limiteranno la crescita media del Pil in Italia al +0,5 per cento annuo tra il 2014 e il 2016″. Le previsioni del governo sono ormai così chiaramente gonfiate che perfino lo stesso premier Enrico Letta dice pubblicamente che la crescita dell’1,1 per cento nel 2014 è un “obiettivo”, anche se nei documenti ufficiali è indicata come previsione. E la differenza non è ovviamente solo semantica ma di credibilità.

Secondo dato: dice S&P che a fine anno il debito pubblico sarà del 134 per cento del Pil, inutile che Letta celebri riduzioni temporanee di qualche zero virgola. Ci vorrebbero delle liberalizzazioni per liberare la crescita, non potendo usare la leva della spesa pubblica. Ma di queste non c’è traccia nel programma di Letta e neppure in quello di Matteo Renzi, per la verità. Purtroppo ormai il governo, sia con Letta che con il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, ha scelto la linea dello struzzo: negare sempre, contro ogni evidenza, contro ogni numero. E promettere, promettere, promettere.

Anche al World Economic Forum di Davos Saccomanni, a esclusivo beneficio dei giornali italiani, ha sparso ottimismo e annunciato privatizzazioni come quella delle Poste Italiane che non sembrano avere altro scopo se non quello di fugare l’impressione di immobilismo che da sempre accompagna questo esecutivo. Non basterà certo l’avvertimento delle agenzie di rating a scuotere Letta dal torpore. Ci penserà la Commissione europea che in queste settimane sta rifinendo le previsioni di crescita di primavera: Letta non ha nulla da offrire a Bruxelles, non si vede neppure il “patto di coalizione” che dovrebbe rilanciare l’azione del governo. E i tecnici della direzione economia e finanza della Commissione, guidati da Marco Buti, guardano i numeri, non le promesse. E non crederanno più all’1,1 per cento di crescita di cui parla Letta. La procedura d’infrazione per deficit eccessivo diventa sempre più probabile.

Twitter: @stefanofeltri

Il Fatto Quotidiano, 29 gennaio 2014