Alla fine alcuni dati sono certi. Un’evasione fiscale elevatissima. Una cultura collettiva che la giustifica e la favorisce. Una classe politica che la baratta con il consenso. Un conseguente sistema repressivo volutamente inefficiente e comunque perdonistico. È anche certa la relazione tra crisi economica nazionale ed evasione fiscale: con 150/200 miliardi di euro all’anno da investire nel Paese, tutto ciò che la politica promette ipocritamente ogni giorno (rilancio delle imprese, crescita, piena occupazione, diminuzione della pressione fiscale) sarebbe cosa fatta in 2/3 anni. Ma non è successo e non succederà a causa del circolo perverso costituito da impunità, complicità e immoralità pubblica e privata che si giustificano l’una con l’altra e impediscono di eliminare (o ridurre ai fisiologici livelli propri dei Paesi civili) l’evasione fiscale. Non c’è futuro, insomma: cittadini e classe dirigente si riconoscono in un sistema fondato sulla reciproca razzia; che – come è ovvio – non permetterà una lunga sopravvivenza del Paese.

Eppure la soluzione c’è. Occorre una classe politica consapevole del fatto che l’eliminazione dell’evasione fiscale significa il suicidio politico e che sia incurante di questa (gloriosa) fine. Dopodiché i mezzi per combatterla sono elementari. I cittadini condividono il profitto (apparente; ma sono politicamente incolti ed eticamente rozzi) dell’evasione fiscale? È sufficiente spezzare questa comunanza di interessi, metterli l’uno contro l’altro, far sì che l’illecito vantaggio dell’uno si risolva in danno per l’altro; da alleati contro lo Stato debbono trasformarsi in portatori di interessi contrapposti, in alleati dello Stato contro gli evasori. Il sistema di accertamento e repressione dell’evasione fiscale è lento e – soprattutto – gestisce un numero esiguo di evasori? Si deve scoraggiare con la severità della sanzione chi confida nella quasi certezza di non essere scoperto.

Quanto al primo. Recuperiamo la storia dell’idraulico e della sua fatidica proposta: “Senza fattura, 3. 000; con fattura (quindi con Iva) 3. 600; cosa preferisce?”. Supponiamo che il cliente abbia la possibilità di dedurre in dichiarazione la spesa sostenuta. E facciamo un po’ di conti. Se il cliente pretende la fattura, il Fisco incasserà 600 euro di Iva e 1. 000 euro (con un’aliquota del 30 %) di imposte dirette dall’idraulico (che è obbligato a dichiarare il ricavo). Non incasserà dal cliente l’imposta corrispondente alla deduzione della spesa dal suo reddito: 1. 000 euro (anche qui un’aliquota del 30 %). La deduzione potrebbe non essere consentita per intero ma comunque in percentuale superiore all’ammontare dell’Iva. In ogni caso il Fisco ci guadagnerebbe: minimo 600 euro, più ragionevolmente 800. Nella situazione attuale, il Fisco perde i 1. 600 euro complessivi dell’idraulico (che fa il nero) e guadagna i 1. 000 euro del cliente (che non deduce alcunché). Perdita netta 600 euro. Sì va bene, ma è un sistema troppo macchinoso, si devono conservare e produrre milioni di scontrini, fatture, parcelle etc. E poi le fatture false?

La verità è che non si deve conservare niente. Ogni pagamento si farebbe on line, con la cosiddetta moneta elettronica, carta di credito, bancomat, bonifici. In questo modo l’Anagrafe Tributaria riceverebbe per ogni contribuente estratti conto in tutto simili a quelli che ci inviano i gestori delle carte di credito: tanto in entrata, tanto in uscita. I supercomputer del Fisco farebbero il resto. Chi vuole paghi pure in contanti: la spesa non sarà ammessa in deduzione. Un sistema del genere non è solo ragionevole sotto il profilo economico. Garantirebbe anche un’equa ripartizione del carico fiscale, realizzando quel principio di “capacità contributiva” imposto dall’art. 53 della Costituzione e mai attuato. Cosa significa in realtà capacità contributiva? Semplicemente l’obbligo di pagare le imposte in relazione alle proprie possibilità. Che non coincidono con il reddito ma con quello che ne resta una volta consumato quanto necessario per vivere.

Si pensi all’iniquità di tassare nello stesso modo due cittadini aventi lo stesso reddito ma in condizioni diverse: un single e un capofamiglia di 4 persone. Ovviamente il primo è in condizioni economiche assai più favorevoli del secondo. Eppure entrambi (salvo non significative detrazioni) pagano un’imposta sul reddito di pari ammontare. Ma, se si ammettessero le deduzioni relative alle spese (distinguendo tra i bisogni primari e altre spese), il carico fiscale dei due divergerebbe significativamente e garantirebbe un’equità attualmente ignorata. Quanto al secondo. Se l’evasione fiscale non è contrastata dalla disapprovazione sociale e dunque confinata in percentuali fisiologiche, occorre che sia perdente sul piano economico e penale. Con il sistema attuale, frodare il Fisco è conveniente. Ogni 5 anni matura la prescrizione. Questo significa che il tesoretto frutto dell’evasione del primo anno dopo 5 anni è al sicuro. E siccome la percentuale di accertamento è pari al 10% delle dichiarazioni presentate, si capisce bene che, con il 90% di probabilità di farla franca, l’evasione è economicamente conveniente. Non lo sarebbe però se fosse perseguita severamente in sede penale. Il rischio di 10, 15 anni di prigione (effettivi, non finti come garantito dall’attuale ordinamento) renderebbe poco appetibile qualsiasi profitto.

Così avviene nei Paesi civili (Usa fra tutti), dove – tra l’altro – le sanzioni pecuniarie sono relegate in secondo piano: infliggere multe astronomiche è una cosa, mettere le mani sui soldi un’altra. Ma la nostra legge penale-tributaria è costruita in modo da garantire l’impunità nei rari casi in cui l’evasore è scoperto. E dove non arriva questa legge provvede il munifico ordinamento penitenziario recentemente potenziato dal ministro Cancellieri: ogni anno di galera vale in realtà 6 mesi; dopo scontato il primo quarto di pena, 4 mesi e mezzo. Tutto questo significa prigione virtuale. Ottima in cambio di migliaia, decine di migliaia, milioni di euro di evasione. Il film dell’evasione fiscale in Italia è finito. Senza happy end, ma era prevedibile.

Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2014