Se non si rispetta il copyright saltiamo tutti. Ci sono signori che non pagano nulla, impiegano pochissima gente e ci prendono in giro”. Sono le parole pronunciate ieri da Fedele Confalonieri, Presidente di Mediaset nel corso di un convegno organizzato da Confindustria Radio Televisione per “festeggiare” il varo del nuovo Regolamento Agcom sul diritto d’autore da più parti contestato. “I contenuti gratis su Internet rischiano di mettere in crisi il modello di business delle aziende dell’audiovisivo”, ha aggiunto il presidente di Mediaset. “Non ci sono pasti gratis. …Il settimo comandamento non rubare facciamolo diventare una regola anche per Internet”.

“I danni per la pirateria ammontano a circa tre miliardi in tre anni, metà per l’utilizzo illegale di contenuti audiovisivi e metà di software. Sono a rischio in tre anni 20mila posti di lavoro”. E’, invece, l’allarme lanciato da Rodolfo De Laurentis, Presidente di Confindustria Radio TV che ha poi sottolineato come molta dell’offerta illegale transita attraverso i risultati dei motori di ricerca, un mercato nel quale Google detiene una quota superiore all’80%.

Posizioni sulle quali hanno convenuto Anna Maria Tarantola, Presidente della Rai e Eric Gerritsen, Executive VP Communication & Public Affairs di Sky Italia. “Ciò che si consolida nella coscienza comune-sociale (quella stessa coscienza che contrabbanda come gratuiti i servizi delle Over The Top, anche se gratuiti non sono, ed anche se proprio le Over The Top sottraggono risorse pubblicitarie agli altri operatori, peraltro potendo le Over The Top competere al di fuori di qualunque vincolo regolatorio e fiscale), è – ha fatto eco Luca Scordino, Consigliere di gestione della Siae – che i contenuti debbano essere gratuiti o sostanzialmente gratuiti.”

Una kermesse, quella di ieri, andata in scena, secondo un cliché ormai vecchio di anni e tanto poco originale – per restare in tema – da non meritare, certamente, il riconoscimento di alcun diritto d’autore.

Si snocciolano dati drammatici sul cosiddetto danno da pirateria senza, naturalmente – come avviene ormai da oltre un decennio – citare un solo studio autorevole e, poi, si punta l’indice su Internet, sulle nuove dinamiche di circolazione dei contenuti online e, naturalmente, su Google e gli altri cosiddetti over the top ai quali si rimprovera – sebbene centri poco o nulla con il tema del diritto d’autore – di non pagare le tasse e non assumere personale in Italia.

Un autentico festival dell’ovvietà, condito con un pizzico di ipocrisia, nel quale si è preferito abbandonarsi ad un processo a Internet ed ai suoi protagonisti commerciali – peraltro in assoluta contumacia dei diretti interessati – anziché provare a mettere davvero a fuoco i problemi connessi all’ormai evidente inadeguatezza di regole e modelli di business a governare il nuovo mondo dell’audiovisivo e, forse, fare anche un po’ di autocritica sui tanti ed importanti errori commessi negli ultimi anni e sugli enormi ritardi accumulati.

Sono, naturalmente, considerazioni che necessitano di motivazioni per evitare di rispondere a petizioni di principio con altre petizioni di principio ed a pregiudizi con pregiudizi.

L’ipocrisia di molti tra quanti ieri hanno preso la parola e, in particolare, dei rappresentanti di Rai, Mediaset e Sky sta nel fatto che proprio le loro società – che oggi sembrano difendere a spada tratta il diritto d’autore e plaudire ad Agcom che ha saputo ergersi a giudice speciale – hanno, più volte, cercato – con alterne fortune – di sottrarsi al pagamento dei diritti d’autore come ha ricordato, per quanto riguarda Rai e Sky, lo stesso Luca Scordino, consigliere di Gestione della Siae, nel corso del suo intervento di ieri: “Proprio nello stesso periodo in cui veniva pubblicato lo scritto del dott. Patuano (dobbiamo puntare sui contenuti, ricordate?), Telecom Italia (al pari di tutti i produttori di hardware e di applicazioni come Apple o Samsung) “trascinava” Siae in Tribunale per non pagare il diritto d’autore (a proposito della cosiddetta copia privata), la Rai faceva altrettanto a proposito dell’equo compenso cinema e Sky addirittura sollevava la tesi per cui il diritto d’autore è incostituzionale pur di non pagarlo (forse viene da sorridere o da sorprendersi, ma la causa è ancora pendente)”.

Si tratta, d’altra parte, di una questione già emersa – anche in relazione al più severo degli accusatori di ieri, Fedele Confalonieri, Presidente di Mediaset – nel corso della precedente legislatura nell’ambito dei lavori della Commissione parlamentare di indagine sulla Siae.

Quanto all’inadeguatezza degli attuali modelli di business ed alle molte colpe di chi ieri ha puntato l’indice contro Internet, chiedendone la condanna quale responsabile principale della crisi del diritto d’autore e dell’industria audiovisiva, sembra sufficiente lasciar rispondere a qualche numero che, tuttavia, a differenza di quelli snocciolati a proposito del danno da pirateria, trovano radici e fondamento insuperabile nei bilanci della Siae e delle altre società che in Europa raccolgono diritti d’autore.

La Siae, infatti, nel 2012 ha incassato, a fronte dell’utilizzazione online delle opere del proprio repertorio, meno di 6 milioni e 800 mila euro con un decremento pari al 9,2% rispetto a quanto incassato nel 2011. L’inglese PRS, nello stesso anno, ha incassato a fronte delle utilizzazioni online, oltre 62 milioni di euro con un incremento rispetto al 2011 pari al 32,2%. La Francese Sacem, sempre nel 2012, ha incassato dall’online oltre 20 milioni di euro e nel suo rendiconto annuale riferisce che gli incassi riconducibili alle utilizzazioni via Internet, in cinque anni, si sono triplicati.

E’ davvero sostenibile che Internet è il nemico giurato del diritto d’autore o, forse, non è il caso di cominciare a pensare che, sin qui, in Italia non si è stati capaci di percepire la Rete ed il digitale come una straordinaria opportunità, preferendo continuare ad additarla come responsabile di tutti i mali di un settore che, più di tanti altri, soffre di posizioni di inaccettabile privilegio, esclusive anacronistiche, inefficienza, miopia e clientelismo?