“Nella marina di #Monasterace, dov’era l’antica Kaulonia, è stato scoperto il più grande mosaico ellenico della #MagnaGrecia”. Con questo tweet entusiastico il Ministro dei Beni Culturali Massimo Bray il passato 24 luglio commentava il rinvenimento del più grande e articolato mosaico ellenico finora noto. Un tappeto musivo di circa 30 metri quadrati, con raffigurazioni variopinte di draghi e delfini, all’interno delle terme di Nannon, dal nome dell’architetto che le ha realizzate.

Pochi mesi dopo, ad ottobre, la notizia di un altro rinvenimento eccezionale. Quello di una tavola di bronzo in alfabeto acheo nella quale sono ricordati l’agorà, una statua ed un elenco di divinità della città. Il luogo della scoperta? Quasi incidentalmente ricordato anche sulle testate nazionali. L’antica Caulonia, oggi nel comune di Monasterace Marina,  in provincia di Reggio Calabria, versante ionico della regione.

Il centro acheo identificato da Paolo Orsi alla fine dell’Ottocento, ma che solo le ricerche sistematiche degli ultimi quindici anni, intraprese in alcune aree dall’Università degli Studi di Pisa e della Scuola Normale Superiore, dalla Soprintendenza archeologica della Calabria con il contributo dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria e dell’Università della Calabria, oltre che dell’Università degli Studi di Firenze, hanno permesso di ricostruire nell’impianto urbano di tipo ippodameo. Con il determinante contributo del nutrito numero di laureandi e laureati, specializzandi e specializzati, che ogni anno giungono da ogni parte d’Italia. I risultati a dir poco eccezionali. Per la topografia antica, certo. Per l’architettura, naturalmente. Insomma per l’archeologia nel suo complesso.

Come documenta la mostra, “Kaulonia. La città dell’amazzone Clere” al Museo Archeologico Nazionale di Firenze fino al 9 marzo 2014. Come certificano documenti di straordinaria rilevanza. Come l’infinità di materiali di ogni tipo, determinanti per ricostruire arredi ed alzati di molti edifici. Per avere cognizione della cultura materiale raggiunta dal centro ellenistico. Con strutture di grande importanza che si vanno ad aggiungere alle fortificazioni con resti, porte e torri, al santuario sul colle della Passoliera e ad alcune abitazioni che si distinguono per le dimensioni, ma anche per le caratteristiche costruttive e decorazioni di particolare pregio. Note grazie alle ricerche pioneristiche dell’Orsi e poi nell’arco di quasi un secolo di Alfonso De Franciscis, Bruno Chiartano e Elena Tomasello. Fino a giungere, appunto, alla storia recente. Quella indagata da Maria Teresa Iannelli e Francesco Cuteri. Soprattutto nel settore proprio a ridosso della spiaggia. Dove ci sono le terme all’interno delle quali si è scoperto il grande mosaico e il tempio dorico, della metà del V secolo a.C.

Un luogo bellissimo, ma estremamente fragile, esposto ai venti, e soprattutto alle mareggiate. Che, infatti, agli inizi di dicembre hanno provocato ingenti danni al sito. Divorando la duna e raggiungendo quasi i resti antichi. Provocando lo smottamento di una striscia di terreno nel quale era una grande quantità di materiali archeologici. Cuteri, l’archeologo che da anni dirige le indagini archeologiche, alla metà di dicembre dello scorso anno si è rivolto al Capo dello Stato. Chiedendo al ministro Bray di visitare il sito. Tentativi di richiamare l’interesse su un’area archeologica di grande rilevanza. Nel frattempo l’amministrazione provinciale di Reggio Calabria ha provveduto a realizzare una barriera frangiflutti. Utile a proteggere almeno una parte, circa 250 metri a rischio, quella in coincidenza del tempio. Un’emergenza quella, connessa all’azione del mare, tutt’altro che nuova per l’area archeologica di Caulonia.

Nel 2010, intervenendo al Workshop di Venezia, sull”Erosione costiera in siti di interesse archeologico’, Simonetta Bonomi, Soprintendente archeologo della Calabria e Gioacchino Lena della Sigea, in un quadro sulle criticità del litorale calabrese, evidenziavano come il tempio dorico, uno dei monumenti più famosi della regione, trovandosi sulla riva del mare “soffre oggi il pericolo di definitiva scomparsa a causa di un’energica azione erosiva”. Per cui improcrastinabile è attendere ad opere di ripristino della duna antica”. Da allora poco si è fatto. Intervenendo solo sull’emergenza. Forse, evitando persino di studiare soluzioni che potessero in maniera definitiva me

ttere al riparo l’area archeologica. Si afferma impropriamente, per risorse inadeguate. Per le tante criticità con le quali dover fare i conti. Anche in ambito calabrese. Da Medma a Sibari. Da Vibo Valentia a Castiglione delle Paludi, da Trebisacce a Timpone della Motta. Eppure almeno alla Regione i soldi non sembrano mai essere mancati. Quel che invece sembra non esserci è un interesse reale nei confronti di una pagina della nostra storia. Senza dubbio la più illustre. Forse proprio per questo la più “ingombrante”.