Sono mesi che tento di trovare le parole per descrivere quello che la guerra ha prodotto in me. E’ vero, io non sto sotto le bombe, come non ci sta una grande diaspora siriana che da troppo tempo sopravvive nella condizione dell’esilio. Eppure, la nostra identità, nonostante l’esilio, si è plasmata intrecciandosi ai destini di un paese e di un popolo del quale ci sentiamo parte.

Questa nostra duplice identità provoca inevitabili frustrazioni. Ad esempio, quando qui, in Occidente, si sente parlare della tragedia siriana con tanto distacco e superficialità, come se non morissero esseri umani sotto le bombe da tre anni. Anzi, sembra che per certi analisti e i commentatori tutto si confini in categorie geopolitiche astratte e che la tragedia dell’uomo, le sensazioni che essa provoca, non sia degna di analisi e rilevanza. Non si percepisce il dramma. Per questo la Siria è tanto lontana ai più.

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E’ in questi giorni di false speranze di pace che a Homs si consuma la tragedia nella tragedia. Centinaia di ragazzi, giovani nati e cresciuti a Homs, sono asserragliati nei quartieri vecchi della città. Sono assediati da quasi due anni. Sono ragazzi che vivono l’esilio all’interno del loro paese; imprigionati in ciò che resta del centro storico. Sono impossibilitati a uscire e per questo costretti a vivere e a morire insieme. Tra di loro – se non è morto – c’è anche Abo Imad che un giorno mi disse: “Starò qui, nella mia città, fino alla fine”.

Alla notizia dell’accordo, subito saltato, dell’evacuazione delle donne e dei bambini dai quartieri assediati dell’esercito regolare, duecento donne si sono rifiutate di abbandonare gli uomini (mariti, figli, nonni…). Il gesto di queste donne richiama alla memoria scene già viste 70 anni fa, qui in Europa. Ma la Storia viene insegnata per essere dimenticata.

Tanti anni fa, Adorno disse che “scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”, successivamente  criticò quello che aveva detto dicendo che “la sofferenza incessante ha tanto il diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare”.

E’ difficile trovare le parole per esprimere il dolore siriano. Un urlo potrebbe essere esaustivo per un breve periodo poi, però, dovremmo fare i conti con il nichilismo interiore che il dolore inespresso ha prodotto.

Un mio cugino, da qualche giorno fuggito da Homs e rifugiato all’estero, mi scrisse che “la distruzione di Homs era qualcosa di inimmaginabile”. Nonostante tutto, nonostante la tragedia dentro la quale ha vissuto negli ultimi tre anni, mio cugino riusciva a scrivere poesie che rispecchiavano ciò che vedeva. Ognuno, di fronte alle avversità, ha un modo di esorcizzare la paura: c’è chi si rifugia nel ristoro della preghiera e chi nello scrivere una poesia.

Credo che un domani l’arte e la letteratura potranno aiutarci a superare l’ora buia che stiamo vivendo e a raccontarci il dolore. Ma, fino a quel momento, mi concentrerò a pensare a quei giovani di vent’anni che a Homs vivono l’inferno. Giovani che di fronte alla morte hanno saputo sorridere, producendo perfino una telenovela comica (Gli specchi). Penso a Abo Imad, torturato, che scelse di non imbracciare un’arma e di continuare a filmare quello che accadeva, coerente con la sua idea di pacifismo. Penso a George, cristiano, che si è fatto crescere la barba in segno di solidarietà con i suoi fratelli di fede islamica, senza per questo rinunciare alla sua fede anzi, vivendo esiliato fra i siriani cristiani che non solidarizzano con la rivolta – incatenati nella decennale cultura della paura insegnata dal regime. Loro rappresentano la speranza, quella che svanirà pian piano se non sapremo raccontarla. Homs, con le sue case antiche di mattoni bianchi e neri e i ricordi incastonati nelle pietre dei vicoli, è lì a testimoniare la resistenza di fronte alla follia.

Riporto di seguito il testo del videomessaggio di Frans van der Lugt, gesuita, da decenni residente in Siria e unico europeo rimasto nei quartieri assediati dal regime. Il video è stato registrato a Bustan Al Diwan, quartiere di Homs, da attivisti dell’opposizione e pubblicato su youtube.

Vi parlo dalla città vecchia di Homs assediata da un anno e sette mesi. Rappresento le comunità cristiane che si trovano qui. Insieme ai musulmani viviamo in una situazione difficile e dolorosa e soffriamo di tanti problemi. Il maggior di questi è la fame. La gente non trova da mangiare. Niente è più doloroso che vedere le madri per strada in cerca di cibo per i loro figli. Non accettiamo di morire di fame a Homs. Noi cristiani e musulmani amiamo la vita e vogliamo vivere. Non accetto che moriamo di fame. Non accetto che anneghiamo nel mare della fame, facendoci travolgere dalle onde della morte. Noi amiamo la vita, vogliamo vivere. E non vogliamo sprofondare in un mare di dolore e sofferenza”.