Una soluzione “giusta ed equa”. All’incontro bilaterale di Roma tra il presidente del Consiglio Enrico Letta e il premier iberico Mariano Rajoy si è parlato anche del problema di finanziamento sull’opera in corso nel canale di Panama. A fine dicembre il consorzio dei costruttori, guidato dall’impresa spagnola Sacyr con la partecipazione dell’italiana Salini – Impregilio, ha minacciato la sospensione dei lavori se l’Autorità del Canale, la Acp, non si fosse fatta carico degli 1,6 miliardi di dollari (1,2 miliardi di euro) di costi aggiuntivi messi sul piatto dai costruttori. Ma la società di Stato ritiene questa spesa ingiustificata.

Jorge Quiitano, a capo della Acp, aveva annunciato una nuova proposta per garantire la continuazione dei lavori, spostando l’ultimatum delle negoziazioni, almeno per ora, al 31 gennaio. Adesso però c’è di nuovo un passo indietro: la scorsa settimana era in ballo una mediazione proposta dall’assicurazione Zurich, che voleva convertire in denaro sonante i circa 300 milioni di euro di fideiussione. Ogni parte poi avrebbe aggiunto 100 milioni in più per mandare avanti i lavori. Ma l’ipotesi di un accordo è saltata. Insieme al piano B pensato dalla Acp, che prevedeva di terminare l’opera anche facendo a meno del consorzio italo-spagnolo.

La Zurich ha fatto sapere che non solo non intende più sborsare i 300 milioni di euro, ma che se ci sarà una rottura tra le autorità del Canale e il consorzio dei costruttori Gupc, non sarà più disposta a garantire la conclusione dei lavori, almeno senza un periodo adeguato di analisi giuridiche ed economiche a riguardo. Con questo la società di Stato panamense non solo perderebbe l’importo della garanzia stipulata, ma violerebbe in toto i contratti, ritrovandosi senza una copertura assicurativa sull’avanzamento dei lavori. Insomma, a farla breve, la mossa della compagnia ridistribuisce le carte, a favore dei construttori, proprio mentre la partita è ancora tutta lì, sul tavolo, nonostante le parole rassicuranti dei governi di Italia e Spagna. E perfino l’intervento dell’Ue che pure non ha alcun potere di cambiare nè tanto meno di intervenire sulla situazione, come ha mandato a dire il presidente di Panama al vicepresidente della Commissione europea, Antonio Tajani, che nei giorni scorsi aveva incontrato i rappresentanti dei governi nonché i delegati della società del consorzio, per chiedere “un impegno speciale” per risolvere il problema.

Senza accordi, infatti le imprese europee, Salini-Impregilo in primis, rischiano di perdere laute entrate, mentre per Panama il problema è un possibile ritardo di  tre anni, se non cinque. Ma il tempo stringe, e un possibile accordo entro il 1 febbraio sembra sempre più lontano, nonostante le pressioni delle autorità di Panama sul governo italiano e spagnolo. “È una nostra priorità”, ha detto Enrico Letta, mentre al suo fianco Rajoy ha aggiunto: “Speriamo di trovare una soluzione in tempi rapidi”.

Il presidente di Panama, Ricardo Martinelli, però ha attribuito la diatriba alla situazione finanziaria di Sacyr e Impregilio. “Questo accade quando qualcuno si associa a due imprese che non hanno soldi. Se uno ha denaro, lo mette sul tavolo e risolve la questione”, ha dichiarato senza mezzi termini alla stampa iberica, durante le giornate del Forum economico mondiale di Davos. Frattanto la paralisi dei lavori tiene banco nel commercio marittimo mondiale ed è stato tema ricorrente nel bacino dei Caraibi, nonostante la visita qualche settimana fa del ministro spagnolo dell’Industria Ana Pastor. “Non deve esserci alcuna negoziazione fuori dal contratto”, aveva attaccato l’ex cancelliere di Panama e primo presidente dell’esecutivo di Acp Jorge Eduardo Ritter. “Questo non è un conflitto diplomatico. Le mediazioni politiche servono a ben poco”.

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