Attenzione, è tornato a parlare il simpatico ex dileggiatore seriale Francesco Nicodemo, quello scelto da Matteo Peppo Pig Renzi come responsabile della comunicazione Pd proprio in virtù della sua nota tolleranza (Travaglio (…) gatto castrato e bimbo frignante”, “Padellaro ridicolo”, “Scanzi povero patetico” e via così).

Dopo essere stato sbugiardato dal Fatto, l’autentico idolo di noi tutti ha navigato un po’ sottotraccia, si è dato un briciolo di quasi-aplomb e ha mandato financo una mail al Direttore di questo giornale, con toni paragonabili a quelli di Troisi e Benigni dinnanzi al Santissimo Savonarola. Voleva darsi un contegno, ma non ce l’ha fatta: se nasci tondo non muori quadrato. Così, con la sua prosa da sessantottino che non ha capito contro chi protestare (ma intanto protesta perché è cool), la lince in letargo degli apostoli renziani ha provveduto oggi, assai democraticamente, a scomunicare tutti coloro che non remano a favore di Matteo Peppo Pig.

Cogliamo da fior fiore: «le liturgie che frenano i cambiamenti», i «conservatori sconfitti», «antirenzismo militante» e «non chiedere né permesso né per favore» perché «la rupture non è un pranzo di gala» (si noti l’uso della parola “rupture”, di cui l’ex dileggiatore seriale ovviamente non conosce il significato, ma fa molto figo usarla).

Dunque: secondo la lince in letargo, mirabili costituzionalisti come Stefano Rodotà sono da ritenersi “conservatori sconfitti” che “frenano i cambiamenti” con le loro “liturgie”. Invece Renzi, che ha letto come libro più impegnativo l’albo 12 di Zagor (e non lo ha capito: troppo criptico), è il nuovo sol dell’Avvenire. Come dargli torto? In effetti, costretti a forza tra Rodotà e Renzi in merito alla loro preparazione intellettuale, un po’ tutti sceglierebbero il secondo.

Affascinante, poi, il tono altamente tollerante dello scritto nicodemiano: o noi facciamo come vogliono i renziani, o i renziani vanno avanti comunque, perché loro “non chiedono né permesso né favore” (però i fascisti sono gli altri). Meraviglioso, poi, anche quel “non è un pranzo di gala”, citazione fedele da Mao Tse-tung, noto democratico che carezzava e coltivava con spirito gandhiano il dissenso. O la pensi come Renzi, o sei fuori. La politica come The Apprentice. Il Pd come un reality. E Matteo come Briatore (non a caso i due si amano).

E’ del tutto ovvio che, in sé, l’articolo non conta nulla. Come non conta nulla chi lo ha scritto. Si tratta di figure improvvisate e marginali, che però e purtroppo questi tempi schizofrenici hanno reso in qualche modo (un po’) rilevanti. Quel che interessa è il pensiero (parola grossa) sotteso a tale argomentare. Dopo avere girato a vuoto a dicembre, succhiando la ruota ai 5 Stelle ogni volta che c’era da fare qualcosa di sensato (slot machine, affitti d’oro), Renzi si è trovato a gennaio con un unico imperativo: “fare qualcosa”. Non importa cosa, ma farlo. 

Come negli sketch di Crozza, che – giova ripeterlo – non sono caricature ma ritratti fedeli del sindaco part-time di Firenze. Renzi lo ha fatto stipulando un patto con il suo maestro Silvio e sdoganando una legge elettorale che Berlusconi, se l’avesse scritta da sola, non sarebbe riuscito a renderla così aderente ai suoi comodi. Lo Schifezzum, o Verdinum, o come volete chiamarlo, replica tutte le storture del Porcellum; premio di maggioranza, sbarramento (addirittura più esoso), listini bloccati. L’obiettivo dichiarato resta poi non migliorare la legge elettorale, ma uccidere politicamente Grillo (non lo dico io, lo ha ammesso il Ministro Mauro). C’è pure la clausola salva-Lega (con il 9% in tre regioni si entra in Parlamento).

Renzi, che ovviamente nulla sta facendo per impedire la privatizzazione scellerata di Bankitalia (significherebbe risparmiare 7 miliardi e mezzo di soldi pubblici: altro che “miliardo di risparmio con l’abolizione del Senato”) e che altrettanto ovviamente è già pronto a salvare un’altra volta la Cancellieri e a recepire i desideri degli alfaniani (per esempio la porcata delle multicandidature), ha già sbugiardato se stesso e le promesse regalate prima delle Primarie (“Berlusconi game over”, “Voglio le preferenze”, etc). In palese difficoltà, sta usando ora la clava del “consenso elettorale” come un berluschino e il decisionismo livido come un Craxi debole. E tutto questo per disinnescare il dissenso e blindare il suo partito. Un partito che, se non altro, prima di lui non era personalista. E adesso sì.

I renziani – che in poche settimane, a giudicare dai sondaggi, stanno autoerodendo un consenso mai avuto da Veltroni o Bersani – si stanno sempre più presentando per quelli che sono: impreparati, confusi, arroganti, contraddittori, labili, beceri e – quel che è peggio – “garbatamente aggressivi”. Un ossimoro, per quanto comico, pericolosissimo.

Auguri. Non a loro: a noi.