Oggi ho deciso di dedicarmi a uno dei miei hobby preferiti: il socialismo da tastiera.

In programma, a dire il vero, avevo un post sulle nuove regole rilasciate dalla Bce sul rischio di liquidità, il quale avrebbe definitivamente dimostrato che le norme sulla ponderazione del capitale delle banche sono un argomento politico e non sacerdozio da analisti: tuttavia la vicenda Electrolux e, soprattutto, la strabica reazione della politica italiana alle decisioni del management svedese, mi spinge a rimandarne ancora una volta la pubblicazione.

Leggo infatti sulle prime pagine dei giornali che il gruppo svedese avrebbe proposto un taglio draconiano dei salari dei dipendenti italiani, da ottenersi sia attraverso la riduzione degli orari (lavori meno, ti pago meno) sia attraverso la decurtazione della paga oraria (lavori uguale, ti pago meno).

L’argomentazione alla base dell’iniziativa è la solita: il lavoratore italiano costa troppo.

E la reazione a quest’argomento è altrettanto prevedibile: c’è quello che il mercato del lavoro in Italia è troppo rigido, c’è quello che il cuneo fiscale è troppo alto, c’è quello che la burocrazia soffoca la competitività del Paese. E tutti, alla fine, se la pigliano col povero Zanonato (“dagli a Zanonato” dovrebbe sostituire “Candy Crush Saga”) invocando l’intervento salvifico del Ministero dello Sviluppo Economico, come se le crisi si risolvessero per decreto.

Non c’è un solo commentatore (o meglio c’è solo l’ottimo Roberto Marchesi su questo giornale, il quale tuttavia sfiora appena il cuore del problema) che si chieda: ma quand’è che il salario è troppo alto? E quando, di conseguenza, il costo del lavoro diventa la ragione della crisi di un’azienda?

Accomodatevi ben bene sulla seggiola e apprendete nuovamente la sconvolgente verità: qualsiasi azienda va in crisi (e di conseguenza deve tagliare tutti i costi, non solo quello del lavoro) quando non riesce a vendere prodotti a sufficienza.

Questo di solito accade per due motivi:

1) I prodotti fanno pena;

2) I potenziali clienti non hanno i soldi per comprarli.

Visto che della qualità del “Made in Italy” pochi dubitano, direi che dobbiamo concentrarci prima di tutto sul punto 2): e in effetti i numeri ci dicono che nel Paese c’è in atto una crisi dei consumi senza precedenti. Alla base dei vari “casi Electrolux” c’è un’inarrestabile contrazione della domanda aggregata, alla quale si coniuga (lo diceva pochi giorni or sono la Banca d’Italia) l’accentramento di ricchezza e reddito nelle mani dei ceti più ricchi e quindi meno propensi al consumo.

Ma non basta: a tutto questo si aggiunge la recente moda di incrementare le quote di reddito soggette a imposizione proporzionale e/o sostitutiva (tra Imu, Tares e altre sigle ce ne fosse una che ispiri progressività…) nonché di innalzare le tariffe dei servizi pubblici essenziali, accentuando ulteriormente la diseguaglianza di cui sopra e trasformando il nostro sistema in una pressa fiscale che schiaccia soprattutto i ceti medi e poveri. Circostanza quest’ultima che, oltre a cozzare con la Costituzione, non fa che ulteriormente pregiudicare la quota di reddito disponibile per il consumo.

Ora, se tutto quello che ho appena scritto è vero (e, ahimè, lo è) come può la riduzione dei salari e l’allentamento del sistema di sicurezza sociale essere il sistema giusto per venirne fuori? Credete sul serio che produrre lavatrici con la marginalità consentita dalle buste paga polacche possa proteggerci dalla concorrenza?

Purtroppo la risposta è no. Per quanto si possa pagare poco, si troverà sempre un operaio che costa meno; ci saranno sempre Paesi dove è più facile licenziare; ci saranno sempre governi autoritari pronti a rendere ancor più difficili le rivendicazioni salariali.

Possiamo investire tutte le nostre risorse nell’inseguimento di questi modelli? Vogliamo che i nostri figli gareggino con gli standard dell’operaio vietnamita? Ci facciamo gettare tutti nell’arena del lavoratore più disperato per vedere chi ne esce vivo?
Mi sembra una prospettiva difficilmente desiderabile. Allora come se ne salta fuori?

Innanzitutto piantandola di blaterare di legge elettorale e varie amenità per prendere atto di un’altra banale certezza: la politica economica italiana si fa a Bruxelles e non a Palazzo Chigi.

Dopodiché bisogna:

1) convincere il vero primo ministro del nostro Paese (Angela Merkel) che la spesa pubblica va scandalosamente e anticiclicamente incrementata;
2) convincere il vero banchiere centrale europeo (Jens Weidmann) che la politica monetaria ad oggi adottata dalla Bce è miope e suicida;
3) spiegare al principale referente romano del sopraindicato duo (Giorgio Napolitano) e al suo segretario (Enrico Letta) che il vero nemico dell’Euro non è chi protesta, si dispera, fallisce, muore di fame o rimane disoccupato, ma chi dorme mentre la casa brucia.

È difficile, lo so. Ma è meglio che prendersi in giro.