Una bettola di un paesino dell’Ungheria rurale. Gli avventori, prima della chiusura, riproducono ubriachi il moto del sistema solare, ognuno è un pianeta, un satellite. Le loro orbite, disordinate e un po’ traballanti, rappresentano un’eclissi di sole, quando “tutte le luci si spengono per gli uomini e in cui tutto sembra perduto”. Basterebbe vedere questa scena leggendaria, l’inizio de “Le Armonie di Werckmeister”, per accorgersi che quello di Béla Tarr, l’esteta del piano sequenza, è un cinema non convenzionale, realizzato con una maniacalità nella cura dei dettagli che è propria dei perfezionisti, dei folli o semplicemente dei geni. “Omaggio a Béla Tarr” è il titolo della rassegna che, dal 29 al 31 gennaio, la cineteca di Bologna dedicherà al regista ungherese.

Béla Tarr ha annunciato di ritirarsi dal cinema dopo il successo de “Il cavallo di Torino“, film che nel 2010 ha vinto l’orso d’argento a Berlino. L’enorme sforzo creativo e artigianale che sta dietro ogni singola scena del film è ben raccontato nel documentario “Tarr Béla. I used to be a Filmmaker” di Jean-Marc Lamoure, un’opera presentata in anteprima all’ultima edizione del Torino film festival, che ritrae per immagini e silenzi il making of dell’ultima fatica del regista. E allora si scopre che, alla ricerca dell’inquadratura perfetta, Béla Tarr sceglie quasi di sotterrare una cinepresa, oppure che per creare quel vento terribile che sferza il cavallo, in un lungo piano sequenza, ha fatto ricorso alla potenza delle pale di un elicottero. Lavorare con Béla Tarr significa fare prima di tutto un’esperienza umana, entrare in quella famiglia di attori e collaboratori che sono cresciuti artisticamente sotto la sua direzione e hanno dato un contributo essenziale allo sviluppo del suo cinema, a partire da Agnes Hranitzky, coautrice e coregista di tutti i suoi film, agli attori János Derzsi, con il quale Tarr collabora da 30 anni e Erika Bok, riscattata da un orfanotrofio per essere condotta sul set di “Sátántangó” e da allora adottata come una figlia. Che cosa sarebbe poi il cinema di Béla Tarr senza le musiche di Mihály Vig? C’è spazio anche per lui nel documentario di Lamoure: il compositore è ritratto mentre in bici fa ritorno al suo appartamento in un edificio popolare, dove, seduto in un ambiente disadorno, riflette sul valore del silenzio.

La retrospettiva bolognese sul cineasta di Pécs si apre, mercoledì 29, con “L’uomo di Londra“, ispirato all’omonimo romanzo di Simenon. Per l’ambientazione è stato preferito, alla Normandia del libro, il porto vecchio di Bastia in Corsica. In quell’ambiente si muove il protagonista Maloin, seguito senza posa dalla cinepresa che restituisce allo spettatore il suo punto di vista. È lui che, mentre svolge il turno di notte come addetto al controllo ferroviario, assiste a un omicidio compiuto da un inglese sbarcato in Francia dopo un furto. La vittima è il socio in affari loschi con il quale si contende una valigetta piena di denaro. Il cast degli attori che ricoprono ruoli di primo piano è ungherese, fatta eccezione per Tilda Swinton che interpreta la moglie di Maloin. Oltre ad essi sulla scena autentiche protagoniste sono la lentezza estrema e la luce della fotografia in bianco e nero, che s’insinua nel buio delle scene notturne, quasi a indicare le polarità di un manicheismo irrisolto, perché bene e male nell’universo di Béla Tarr coesistono e si fondono. Il film sarà replicato giovedì 30 alle 18, mentre alle 20,30 il pubblico assisterà alla proiezione de “Il cavallo di Torino”.

Venerdì 31 si concluderà l’omaggio al regista con “Le armonie di Werckmeister“, film tratto dal romanzo “Melancolia della resistenza” di László Krasznahorkai, che per Tarr ha scritto soggetto e sceneggiatura. Il titolo fa riferimento al compositore e teorico musicale Andreas Werckmeister, a cui si deve la paternità del termine Wohltemperierte Stimmung, ovvero il “buon temperamento” con cui si designa qualsiasi sistema di accordatura che permetta di suonare in tutte le tonalità. Contro le intuizioni sulla scala temperata di Werckmeister si schiera il professore Gyuri Eszter, interpretato da Peter Fitz. Va spesso a fargli visita un giovane che vede il mondo attraverso le lenti della purezza e della semplicità, è il portalettere Janos Valuska (Lars Rudolph). L’equilibrio del loro piccolo paese muterà all’arrivo di una sorta di circo ambulante, le cui attrazioni sono un principe nano e una grande balena imbalsamata. Alle armonie di Werckmeister è affidata la parola definitiva sul cinema di Béla Tarr, quasi la visionarietà del film fosse il testamento artistico di un filmaker che non ha mai smesso di credere nella forza evocativa dell’allegoria.