A poco più di un anno dalla sentenza di primo grado Silvio Berlusconi tornerà in aula davanti ai giudici della II corte d’Appello di Milano per rispondere di concorso in rivelazione di segreto d’ufficio per la pubblicazione sulle pagine de “Il Giornale” dell’intercettazione – che non era stata ancora depositata agli atti dell’inchiesta Bnl-Unipol – tra Piero Fassino, allora segretario Ds, e Giovanni Consorte, numero uno della società assicurativa, “abbiamo una banca”. L’ex premier lo scorso 7 marzo è stato condannato a un anno, mentre al fratello Paolo sono stati inflitti 2 anni e 3 mesi per ricettazione ed è stato per millantato credito. L’udienza è stata fissata per il prossimo 31 marzo. 

Il nuovo giudizio per il leader di Forza Italia però si chiuderà con ogni probabilità con una dichiarazione di estinzione del reato per intervenuta prescrizione. Anche se rimane dovrà essere valutato dai magistrati anche la provvisionale disposta in primo grado di 80mila euro nei confronti dell’attuale sindaco di Torino, che si era costituito parte civile.  Secondo i giudici del Tribunale di Milano quello dell’ex presidente del Consiglio fu un “ruolo decisivo” nella pubblicazione della conversazione che gli fu fatta ascoltare, secondo l’accusa, la sera di Natale del 2005. Senza “l’apporto” del Cavaliere “in termini di concorso morale, non si sarebbe realizzata la pubblicazione, posto che la presenza in quel luogo e data, certamente significativa, già di per sé, costituiva il passaggio necessario per l’ulteriore sviluppo della propalazione della notizia alle persone che non ne erano a conoscenza” Berlusconi ascoltò “attraverso il computer, senza alcun addormentamento (…)” la registrazione audio della telefonata intercettata. E poi decise di farla pubblicare: “la qualità di capo della parte politica avversa a quella di Fassino, rende logicamente necessario il suo benestare alla pubblicazione della famosa telefonata”. 

Durante l’udienza preliminare l’ex premier aveva negato dichiarando di “essere assolutamente contrario alle intercettazione che considera barbarie e perché contrarie al diritto di segretezza delle comunicazione, sancito dalla Costituzione, quale espressione del diritto di libertà dell’individuo” e per questo “mai avrebbe consentito ad ascoltarne a casa sua, né suo fratello glielo avrebbe mai proposto”. Ma i magistrati non gli avevano creduto anche perché avevano preso in considerazione i tempi dello scoop.”Va inoltre considerato il periodo in cui venne effettuata la pubblicazione, a quattro mesi dalle elezioni e nel pieno delle vacanze natalizie, periodo di scarsa affluenza di notizie politiche più importanti: l’interesse politico delle intercettazioni era pertanto evidente così come la volontà di darvi risalto”. Del resto la famosa frase “è rimasta impressa nella memoria collettiva, segno dell’efficacia dell’operazione mediatica di cui è stata oggetto. Così efficace da rimanervi dopo anni”.