“Se c’è una cosa che lascia assolutamente indifferente chi sta fuori, è proprio la sorte di un detenuto. E’ paradossale, ma gli unici a preoccuparsene sono gli altri detenuti. (…) In questo mondo finisce che a preoccuparsi della condizione di qualcuno è proprio chi non può fare niente”.

Le parole di Sandro Bonvissuto, classe 1970, mi spalancano gli occhi su una me che non verrei vedere. Una me che finge di ignorare. Leggere il romanzo breve che compone il suo libro Dentro (romanzo breve dal titolo Il giardino delle arance amare a cui seguono due racconti lunghi) pubblicato nel 2012, equivale a farsi un giro per le galere italiane. Ma non con il distaccato interesse di chi vorrebbe denunciare condizioni inumane. No. Questo non è un saggio, è narrativa. Dunque leggerlo vuol dire sbattere con il naso contro un muro che, implacabile e compatto, ti rispedisce indietro, svuotando i tuoi cinquantaquattro passi (dell’ora d’aria) di ogni significato, perché sono passi che non hanno direzione, né meta. Vuol dire nascondere di giorno la fettuccia fatta con il lenzuolo dove stendi i panni. Se il secondino la vede, la sequestra. I panni stesi al chiarore della luna non si asciugano mai e devi vivere con una costante sensazione di umido che ti penetra nelle ossa e ti annebbia i sensi. Camminare attenti sul lurido pavimento delle docce. Toccare un’umanità dimenticata che, per dare un’ombra di senso alla propria esistenza, cerca di preservare sé e gli altri dal caos della disperazione. Lo spesino, l’Avvocato, il vecchio Mario. Vuol dire cercare di ignorare il tintinnare continuo delle chiavi, dove risuona, ossessiva, una falsa eco di libertà.

La fisicità precisa e misurata raccontata da Bonvissuto, privata di ogni urlo scomposto, la fisicità resa con la parola asciutta, poetica e dunque incredibilmente efficace, mai sguaiata né retorica, fa di questo libro duro, un libro memorabile. Nel senso letterale del termine. Cioè, che non si dimentica. 

Anche quando lo scrittore si misura con due categorie astratte, la sua prosa rimane limpida, tagliente. I due grandi carnefici, “non perseguibili per legge”, sono il tempo e lo spazio. L’assurda convenzione chiamata tempo: in cella non esistono che i giorni. Niente ore, niente anni. Solo giorni. Tempo infinito da far passare.

“Dovevi essere bravo a spalmarlo nei tuoi movimenti, come si fa con la marmellata su una fetta di pane. Lo dovevi metter un po’ovunque, sennò la sera non arrivava più. Rischiavi di ritrovartelo ammonticchiato tutto da una parte. Che ti aspettava. Perché se c’è una cosa che il tempo sa far bene è aspettare”. E il tempo aspetta paziente, mentre tu ti muovi in pochissimo, affollato spazio.

“La vera punizione corporale inflitta a chi stava lì dentro era dunque proprio dover vivere in una continua carenza di spazio. Tutto il resto veniva dopo. Ed era una cosa, questa, che segnava una radicale inversione di tendenza rispetto a come si era abituati a vivere. Fuori magari c’era poco tempo ma tanto spazio. Lì invece era il contrario. C’era tanto tempo ma poco spazio. Ed era quello il circuito che ti faceva impazzire. Venti ore al giorno dentro tre metri per due in quattro persone”. Le sensazioni si stancano e i giorni trascorrono in una nebbia che ti inebetisce.

Un paese civile dovrebbe, con una semplice legge, dare al tempo e allo spazio della galera una parvenza di umanità; dare tanto spazio e poco tempo da far passare nel nulla. Un paese civile dovrebbe far leggere nelle scuole il libro di Sandro Bonvissuto e istituire “la giornata della prigione”, con tanto di visita nelle carceri italiane. Le cose forse resterebbero insulse come adesso, ma almeno avremmo coscienza e occhi aperti.

Gli altri due racconti del libro (che diviene così una sorta di viaggio a ritroso nel tempo: età adulta, adolescenza, infanzia) si intitolano Il mio compagno di banco e Il giorno in cui mio padre mi ha insegnato ad andare in bicicletta. Sono così belli che un po’ di sole entra nell’animo cupo di chi è stato “dentro”, immerso nella prima parte di questo mirabile libro.