Nella storia antica del conflitto d’interessi c’è un seme di novità che germoglia nel luogo esatto dove quel conflitto è nato e si è espanso: il partito-azienda di Forza Italia. È lì che un timido accenno di protesta si è levato quando ancora una volta Berlusconi ha scelto di traghettare da Mediaset verso il comando di Forza Italia un proprio dipendente. La nomina di Giovanni Toti a nuovo portacolori del partito conferma, come giustamente ha notato Michele Serra, l’irriducibilità del conflitto che Berlusconi deposita nel corpo malato della democrazia italiana. La scelta teorizza da una parte che l’unica prova di fedeltà al Capo è possibile non nella libertà e nella passione, nella determinazione e nel merito del proprio impegno, ma nel vincolo contrattuale. È la dipendenza economica (o, nel caso di Marina Berlusconi, la successione dinastica) l’unica, solida implacabile prova di fedeltà. È la busta paga il gancio a cui appendere l’impegno politico, come è la riscossione della diaria la prova dell’esistenza in vita di un parlamentare.

La busta paga di Toti è pingue, abbiamo letto di circa 400 mila euro annui, e quella cifra, unita alla sua storia di giornalista con un cursus honorum tutto dentro Mediaset, lo pone al riparo di qualunque possibile sospetto. Egli non tradirà mai, non fosse altro perché la valutazione del suo impegno (presumiamo che il partito, attraverso il capo, dovrà corrispondergli una somma equivalente a quella finora percepita) è fuori mercato, e Toti non dovrà avere cura di esibire le sue doti. Ha già fatto tutto B. in persona, imponendogli persino una rivitalizzante dieta per far sì che appaia anche nella forma fisica un giovane affamato di gloria e non di fettuccine. Se fallirà (terza certezza) sarà protetto dal reintegro nelle sue passate funzioni di direttore, con tutto quel che ne consegue.

È chiaro che in questa vicenda non c’è passione, non esiste merito e neanche libertà. È l’ultima disarmante prova che il conflitto d’interessi aggrava la crisi della democrazia e promuove ai piani alti della politica italiana testimoni muti, figure tristi e inoperose, cervelli al guinzaglio. Ma quest’ultima scelta non ha scandalizzato nessuno, men che mai il Partito democratico che sul tema ha inscenato la più grande e definitiva prova di indifferenza.

Matteo Renzi se ne è perfino dimenticato, nel grande patto costituente con Berlusconi (quello della “profonda sintonia”) di accennare almeno a questa indecenza. L’ha fatto invece Enrico Letta, ma con l’intento opposto: creare guai per Renzi, non risolvere la più macroscopica anomalia democratica. Una legge vera, rigorosa, imparziale che non permetta cointeressenze, fratellanze, trasfusioni di sangue familiare, sembra un traguardo irraggiungibile per l’Italia. L’immoralità del comportamento della sinistra italiana è oramai e purtroppo un dato acquisito.
Perciò nuovo e in qualche modo interessante è quello che è successo dentro Forza Italia. È lì che il conflitto di’interessi ha mietuto le prime vittime, ed è lì che alcune di esse hanno iniziato a protestare. È successo due giorni fa quando Raffaele Fitto, in attesa di vedere coronato dal successo la sua corsa verso la leadership, si è trovato tra i piedi la nomina di Toti. Fitto ha protestato nel modo più plateale ma anche più coerente col profilo di Forza Italia. In un partito in cui contano i voti che non hanno odore né sapore, lui ha esibìto le proprie truppe in una convention fintamente celebrativa del ventennio berlusconiano. Ha traghettato i suoi clienti, simpatizzanti veri o finti, a pagamento o no qui non interessa stabilirlo, sotto un tendone e li ha mostrati al Capo. Queste sono le mie truppe, e quelle di Toti dove sono? Fitto ha percepito sulla sua pelle la dimensione della rovina, la grande ingiustizia che si produce quando all’elezione si sostituisce la cooptazione, alla libertà la fedeltà, alla passione la dipendenza economica.

La vicenda ha ottenuto un passaggio veloce nei telegiornali e il silenzio assoluto dei suoi compagni di partito e anche, figurarsi, degli avversari.

Eppure la protesta è il primo anticorpo che si alimenta e si produce dentro quel partito-azienda. È la conferma che il conflitto d’interessi non mangia solo lo Stato, non avvantaggia solo una parte, non inietta nelle Istituzioni dosi massicce di servilismo e di mediocrità, ma produce all’interno del partito stesso che l’ha promosso l’inizio di una malattia autoimmune.

Siamo giunti al paradosso di dover sperare nelle lotte intestine di Forza Italia e vedere lì un filo di luce nel buio del Parlamento che sempre più fa rima con ornamento.

Il Fatto Quotidiano, 28 Gennaio 2014