Dopo Mediobanca, anche Intesa SanPaolo vuole uscire dalla scomoda posizione di banca di sistema. “Facciamo la banca non la compagnia aerea”, ha infatti detto il numero uno dell’istituto milanese, Carlo Messina, dichiarando che “tutte le volte che avremo la possibilità di fare degli utili dismetteremo le partecipazioni che non sono core (strategico, ndr)” e precisando che “nell’arco di 3-5 anni daremo indicazioni molto chiare sul portafoglio che non risulterà strategico e, in questo senso, tutte le partecipazioni del gruppo risulteranno non strategiche”. L’idea è infatti che tutte le partecipazioni non bancarie non sono più strategiche e quindi potenzialmente vendibili. dismessibili. Le cessioni, tuttavia, avverranno solo quando si verificherà la possibilità di guadagnarci. “Non parlo di domani anche perchè non vogliamo avere delle perdite dal nostro portafoglio partecipazioni”, ha aggiunto a tal proposito il successore di Enrico Cucchiani alla guida dell’istituto, ben consapevole delle difficoltà di buona parte delle società di cui Intesa è azionista.

Si preannuncia, quindi, uno smobilizzo non da poco, benché a lungo termine, se si pensa che Intesa SanPaolo è azionista e spesso anche creditrice di una grande famiglia di imprese italiane spesso in difficoltà. Il caso principe è proprio quello delle compagnie aeree come l’Alitalia, di cui la banca è appena diventata il primo socio con il 20,59% dopo aver sottoscritto l’aumento di capitale da 300 milioni sia per la quota di sua competenza sia garantendo insieme a Unicredit quanto non pagato dagli altri azionisti. Prima della ricapitalizzazione la partecipazione  dell’istituto nella compagnia era del 10%, quota che Intesa aveva da poco svalutato portandone il valore in bilancio a 5 milioni di euro contro i 58 di fine 2012. L’iniezione di denaro fresco, però, è destinata a servire a ben poco se Alitalia non risolverà presto il nodo del socio industriale, con il candidato principale, gli arabi di Etihad, che si stanno invece prendendo tutto il tempo necessario prima di investire nella compagnia.  Che, complice il ritardo nell’apertura delle linee di credito per 200 milioni, sta faticando a pagare gli stipendi i dipendenti. E la nuova ondata di problemi è solo agli inizi.

Un altro caso di scuola è quello della Nuovo Trasporto Viaggiatori dei treni Italo del vicepresidente di Unicredit, Luca Cordero di Montezemolo e di Diego Della Valle, che non è una compagnia aerea, ma è sempre nell’orbita dei trasporti. A metà dicembre la partecipata di Intesa concorrente di Trenitalia sulle tratte più redditizie, ha stilato un piano d’impresa in cui “chiede 68 milioni di riduzione dei costi nel triennio 2014-2016 e lo spostamento del pareggio al 2016″, come aveva spiegato il segretario generale della Fit Cisl, Giovanni Luciano. Pochi mesi prima Ntv, che è presieduta dall’uomo del buco miliardario in Rcs, Antonello Perricone, aveva chiuso il 2012 con perdite per 83 milioni, più del doppio del 2011.

Non vanno meglio le cose nelle altre partecipate come l’editrice del Corriere della Sera, Rcs Mediagroup, anch’essa fresca di una difficile  ricapitalizzazione che ha visto la banca fare la sua parte sia sul fonte dell’azionariato che su quello dei crediti. E, benché l’ad Pietro Scott Jovane getti di continuo acqua sul fuoco, è chiaro che l’iniezione di capitali freschi sarà presto o tardi replicata. Anche perché, a giudicare dai continui aggiornamenti sul piano di tagli del personale del gruppo editoriale e dalla fretta con cui sono state fatte dismissioni come quella dell’immobile di via Solferino a Milano, le entrate non bastano a sostenere i conti della società.  

L’elenco comprende anche la Pirelli di Marco Tronchetti Provera e il disastro Risanamento di Luigi Zunino in questi giorni protagonista di una riuscita dismissione immobiliare che potrebbe contribuire a disincagliare la società (“Io sono contento quando posso recuperare soldi per la società, perdendo il meno possibile”, commenta Messina).  Ma soprattutto c’è Telecom Italia, che Intesa controlla insieme agli altri soci della scatola Telco (Mediobanca e Generali) in attesa che si completi il passaggio nelle mani della spagnola Telefonica. La situazione, però, è ancora molto fluida e tra le poche certezze ci sono i debiti del gruppo di telecomunicazioni che rasentano quota 30 miliardi di euro e il fatto che la banca milanese non ha alcuna intenzione di investire altri soldi nella società, come ha ribadito lo stesso Messina lunedì mattina.

Il banchiere, però, ostenta tranquillità, probabilmente confortato dalla provvista che arriverà all’istituto con l’entrata in vigore del decreto Imu-Bankitalia, in questi giorni al centro delle polemiche. Tanto da dire: “Non saremo mai in nessuna posizione di deficit di capitale e manterremo un forte eccesso di capitale anche dopo l’asset quality review (i test comunitari, ndr)” della Bce. Messina ha quindi ribadito che la sua “è la miglior banca in Europa per capitale, per base patrimoniale e per liquidità. Questo è un punto di forza che civiene riconosciuto da tutti gli investitori. Altre banche hanno una posizione diversa: ho sempre detto che l’asset quality review sarà un esercizio molto duro in cui le banche dovranno giocarsi la partita per verificare se riusciranno a rimanere delle banche solide in Europa o se, invece, avranno grosse difficoltà”. Rassicurazioni, quindi, qnche per i dipendenti. Il banchiere, infatti, garantisce fin da ora che nel prossimo piano industriale di Intesa SanPaolo atteso per aprile “non ci saranno esuberi”.