Inflazione al 30%, deficit fiscale che sfiora il 5% del prodotto interno lordo, fuga di capitali e, soprattutto, crollo delle riserve di valuta. Le casse pubbliche di Buenos Aires hanno molti meno dollari di quanti ne servirebbero al governo per poter uscire dalla tempesta. E l’Argentina non ha facilità di accesso al prestito internazionale del quale, dopo la crisi economica tragica del 2001, ha messo in radicale discussione i meccanismi di funzionamento e i costi.

Tutto inizia il 28 ottobre del 2011, quando – dopo aver vinto per la seconda volta le elezioni – la presidente Cristina Kirchner ha imposto restrizioni all’acquisto di dollari, tradizionale moneta del risparmio degli argentini, che hanno molta poca fiducia nella moneta nazionale e hanno conosciuto periodi di inflazione insostenibile negli ultimi decenni. Questo ha alimentato la crescita di un fiorente mercato nero di valuta, il dollaro al mercato nero è arrivato a valere il doppio del suo prezzo al cambio ufficiale.

La scorsa settimana, per frenare il valore del dollaro al mercato parallelo che stava prendendo il volo, il governo ha prima immesso grosse quantità di valuta in quel mercato e poi, non ottenuto il risultato sperato, ha dichiarato di voler togliere le restrizioni all’acquisto di dollari per le persone fisiche (con un tetto di duemila dollari acquistabili al mese e alte commissioni) tentando così di offrire all’estero e agli investitori una immagine di fiducia e di non timore del futuro. In molti, dentro e fuori il governo, temono che quella fiducia non sia reale e che il Paese non possa permettersi le politiche monetarie adottate negli ultimi anni.

Il rischio, con la liberalizzazione dell’accesso al dollaro (in realtà solo una flessibilizzazione visti gli alti costi della commissione le restrizioni varie) è che l’inflazione schizzi alle stelle e non sia più possibile intervenire con politiche pubbliche per frenarla. La crisi si sta avvitando e rischia di trascinare con sé Cristina Kirchner, già uscita piuttosto malconcia dalle elezioni legislative di ottobre. La presidente mantiene la maggioranza assoluta nelle due Camere, ma anche volendo contare i seggi di tutti i suoi alleati occasionali non ha più la maggioranza dei due terzi necessaria a candidarsi di nuovo nel 2015. Lei per vincere le aveva tentate tutte. Cominciando dall’aumento del salario minimo (+25,22%), che da decenni era già il migliore dell’America latina, vecchia eredità peronista.

Il principale incubo dei consumatori rimane però l’inflazione, particolarmente difficile da combattere perché è un’inflazione in dollari che gonfia a dismisura i prezzi di tutti i beni di importazione, ossia i beni di consumo della classe media e le spese necessarie dell’industria nazionale costretta a comprare all’estero macchinari e tecnologia. Il problema a Buenos Aires è che i prezzi dei generi di consumo aumentano più degli stipendi. La situazione si fa insostenibile per chi lavora in nero, la maggior parte degli under 40, e non può esigere per sé l’applicazione della legge sul nuovo salario minimo. Aumentare l’emissione di moneta e le tasse sull’export dei prodotti dell’agrobusiness (soprattutto soia e miglio) non basta più al governo a fare cassa.