Siete sicuri di voi, nel senso: siete sicuri in tutti questi lunghissimi venti anni di non avere mai votato, nemmeno mezza volta, per Silvio Berlusconi? Troppe persone raccontano in giro di averlo sempre odiato, troppe persone si vantano d’esserne stati fierissimi oppositori, troppe persone – almeno per quel che poi hanno sentenziato le urne – hanno raccontato (si sono raccontate) una verità parallela.

In questi giorni di «celebrazioni», si può forse tirare un piccolo bilancio di una straordinaria esperienza cominciata nel gennaio del ’94 con quel discorso alla nazione illustrato da una scrivania di formica bianca e quattro libri finti alle spalle. A tutti gli “odiatori”, intanto, in questo tempo lungo un dubbio dev’essere certamente venuto e se non è mai nemmeno spuntato in superficie c’è da chiedersi di quale profondità e di quale spessore fosse animato questo sentimento. Vale a dire: ma non è che quest’odio così esibito lo ha mantenuto serenamente in vita, di più, gli ha dato sempre nuova linfa, lo ha continuamente riaccreditato agli occhi del mondo come vittima di un complotto planetario?

Secondo dubbio, legato indissolubilmente al primo: ma questo sentimento di avversione così forte, così potente, questo tentativo continuo di delegittimare Silvio Berlusconi qualunque cosa facesse o dicesse, non nascondeva in realtà l’esigenza di sentirsi (noi) vivi, la necessità di avere fisicamente un nemico per poter dire: io ci sono, io esisto, io ho finalmente una ragione (politica) di vivere, in questo panorama desertificato? In estrema sintesi: attraverso lui, abbiamo creduto tutti (o molti di noi) di poter (ri)esercitare una passione politica che credevamo totalmente smarrita. E che ha visto in Silvio Berlusconi un obiettivo decisamente affascinante, vista l’assoluta predisposizione dell’individuo alla menzogna, a quella visione liquidatoria di una certa politica che non poteva non creare un sentimento quantomeno opposto.

È stato (quasi) impossibile, in questi lunghi venti anni, non farsi trascinare, almeno una volta, magari anche due, nel girone infernale di quelli che lo avrebbero strozzato con le proprie mani. Anche ai più probi di noi sarà capitato, nel segreto di una stanza chiusa, di mandarlo felicemente a quel paese, di disgustarsi di lui, di vergognarsene amaramente. E di provare la tentazione straordinariamente potente di unirsi al grande popolo degli odiatori per assaltare Palazzo Grazioli e darlo alle fiamme (anche con dentro il cane, massì).

Epperò, tutta questa cosa qui, al di là di una meravigliosa goduria momentanea, non ha mai portato voti. Non ha mai fatto crescere «gli altri» e invece ha fatto crescere sempre e comunque lui e il suo partito. Non è un caso che l’avversario più rognoso che il Cav. abbia mai avuto sia stato uno come Prodi, che lo cagava pochissimo e quando lo cagava era per ricamarci qualche ironia da colli bolognesi.

Ecco l’ironia. Sono convinto che molti di noi si siano salvati (se poi si sono salvati) semplicemente con quella. Con quella, nei momenti di disperazione abbiamo tentato di preservarci l’anima, maledendo la sua, certo, ma con la consapevolezza che la stella polare non potesse essere la rabbia. Lo si è visto anche in quest’ultima curva pericolosa, quando Messer Evasore è stato ricevuto in pompa magna al portone del Nazareno per fare le grandi riforme che servono al Paese. La cosa in sé, onestamente, faceva girare gloriosamente le scatole, è inutile negarselo. E a poco valeva la rassicurazione storica dei renziani, che tendevano ad accreditare l’evento come una capitolazione del Cavaliere sol perché era dovuto venire «lui» dal Pd e non il contrario. Capitolazione una cippa.

Solo che, terminato il giramento, un minimo di lucidità doveva sopravvenire. E un filo di ironia sostenere un’operazione francamente indigeribile. Speriamo sia servito.