VecchioniRoberto Vecchioni non appartiene più, e tutto sommato ha proprio l’aria di essere in gran forma.

Io non appartengo più (Universal, 2013) è precisamente il titolo del suo ultimo disco, uscito a ottobre. Dopo il primo rodaggio nei concerti, ho pensato di sentire direttamente dalla sua voce quali sono le sue impressioni.  

Il disco può sembrare amaro all’apparenza, ma conoscendo la poetica del suo autore risulta invece disilluso, semmai, sicuramente non passatista.

Mi spiego, Vecchioni è da sempre immerso nella contemporaneità: vince Festivalbar, Sanremo, insegna canzone d’autore ad Amici, si batte quindi da dentro, nella ressa. Eppure qualcosa non funziona nel mondo di oggi.

Quali sono i valori che si sono persi? Cos’è “l’amore di una volta” col quale chiudi il disco?

C’è stato di certo un salto di qualità e quantità molto forte. Dal credere, amare, vivere, sperare, combattere, si è arrivati a pensare che certi valori fossero improponibili o meno importanti di altre cose personali, come il vivere col proprio amore per le persone che ami, un approccio più individualista. C’è stato questo salto, ma non mi ha scombussolato più di tanto la vita, solo che io a questo mondo non appartengo, perché è completamente diverso da me, nei valori, nelle immagini. Non è mio. Appartengo ad altre immagini, altre icone.

"Io non appartengo più"
"Io non appartengo più" secondo Graziano Fabrizi

Molte tue canzoni partono prima di tutto da un’idea originale, un punto di vista del mondo inusuale. Quant’è importante l’idea spiazzante per far nascere una canzone?

Una canzone è sempre una testimonianza altissima e diversa dal banale, dal già vissuto e già visto; cita sempre delle possibilità che sono meravigliosamente fuori dalla fragilità e dalla meschinità della vita. Le cita e chiede al mondo di interpretarle, di capirle, e paradossalmente vuole farsele insegnare. Ti viene da input esterni stranissimi, piccoli o grandi. A me succede che, quando compongo, se mi accorgo che quella cosa è già stata fatta, butto tutto via. 

Una figura letteraria più di altre è molto presente nel disco, ed è Edipo, l’Edipo a Colono, più precisamente. Ovviamente c’è in Esodo, dove lo citi chiaramente, ma lo riprendi in chiave moderna in Due madri. Sei tu che con le tue nipoti ti fai guidare – come Edipo da Antigone e Ismene – da Nina e Cloe. È come se la tua non appartenenza rappresentasse la cecità di Edipo, riscattata dal futuro con tutta la vita davanti delle tue nipoti, a cui infatti dici: “Ditemi sempre la strada, per me fa lo stesso dovunque si vada…”

Assolutamente sì, è una cosa meravigliosamente implicita, anche perché non è che uno voglia paragonarsi a Edipo, ma è una allegoria chiara del mondo, di un vecchio che si inoltra nel bosco, ma guidato dalle sue figlie che gli dicono: “Il mondo lo portiamo avanti noi”. E spera davvero che lo portino avanti, perché lui non ha avuto questa possibilità.

Uno degli aspetti più importanti della tua poetica è l’esaltazione dell’umanesimo, della rivendicazione dignitosa degli uomini, perché “non hanno mai perso” come dici in Quest’uomo (El bandolero stanco, 1997), di fronte a Dio o al destino. In Io non appartengo più è presente?

"Ho conosciuto il dolore"
"Ho conosciuto il dolore" secondo Graziano Fabrizi

No, non c’è più. Tutta questa rivendicazione, questa speranza, si scioglie nel pensiero dell’umanità, che cerca da tremila anni libertà, gioia, vita e non l’ha mai trovata. Ci sono due movimenti, due fasi o momenti: quello della ricerca pervicace, del fatto che bisogna continuare a cercare, sempre, continuare a domandarsi e a insistere; quello poi della consapevolezza, del dramma tetro dell’impossibilità: oggi per me è così. So che cercherò, vivrò e vibrerò, ma anche che è impossibile migliorarsi, accettarsi, capirsi. Ne parliamo da tremila anni.

Però in Ho conosciuto il dolore quest’angoscia la batti, da uomo…

Sì, però lì la cosa è più personale, quel brano è più intimo, lì non si parla di concetti universali.

Quello fra l’altro è un brano che coinvolge molto il pubblico ai tuoi concerti. Lì esprimi credo al massimo la tua teatralità. Ora: posto che la canzone, proprio come oggetto artistico, si completa quando la si canta, spesso per la sua bellezza credo sia fondamentale il modo di padroneggiare il palco, capire l’emozione di chi ascolta. È la vibrazione del momento, il qui e ora che fa la differenza. Sei d’accordo?

Sicuramente. Io in certi contesti trasloco o elimino proprio dalla scaletta brani del passato che non hanno un rapporto con la gente, pur amandoli. Molte canzoni in questo disco sono di grande impatto, Wislawa Szimborska e Io non appartengo più per esempio. L’urgenza di questo disco parla di tutto ciò che ci rapporta con la sincerità della vita, con l’affetto, l’amore. È tutto lì; tutto il resto sono simboli che descrivono questo. Questo disco toglie l’inutile.

D’altronde va anche oltre molte cose del tuo passato, no? Non c’è forse nemmeno più bisogno di far “scacco a Dio…”

Esatto, anche perché con quest’album c’è una virata decisa nella mia vita: pur non negando niente, non ne posso più di molte situazioni, persone, miseri attacchi politici, soprattutto dell’intellettualismo di certa sinistra.