L’art. 15 della Costituzione recita: “La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge”. Bene, però con i tempi che corrono si dovrebbe aggiungere una postilla: “quando la posta arriva“. E si perché negli ultimi tempi è difficile veder spuntare lettere, raccomandate, bollettini ed altro, dalle nostre desolate buche.

L’arrivo della posta è diventato un evento raro, tanto che all’inizio ho pensato ad una strana malattia che aveva lasciato a terra i poveri postini. Poi la cosa è continuata e siccome il telegiornale non parlava di questa epidemia mi sono chiesto: ma che cosa è successo al nostro servizio postale? Sempre sentendo le frammentarie notizie della televisione, ho capito. Le poste ora si occupano di aerei, assicurazioni, prodotti finanziari, telefonia e di tante altre belle cose. Meno, assai meno, del recapito, un tempo oggetto principale della loro attività.

Capisco che il tema non vada più di moda. Capisco che esiste internet, la posta elettronica e tante altre diavolerie della tecnica. Capisco che fa “fino” fare nuovi business. Ma…. Poste non è un’istituzione qualunque. In essa si riflette l’immagine dello Stato, del suo funzionamento. Il cittadino che resta in attesa ore in un ufficio postale o che non vede arrivare più regolarmente la propria corrispondenza non pensa che le poste sono una società per azioni dedita al profitto e non più all’interesse pubblico. Si arrabbia e se la prende con lo Stato italiano. E forse non a torto.

Lo Stato infatti ha sulla coscienza un contratto di servizio (ciò che obbliga le Poste ancora a fare le Poste) ridotto al minimo. Gli obblighi di servizio sono al lumicino e certamente le mancanze non sono colmate dalla cosiddetta concorrenza di settore. Siamo arrivati al punto che è stato chiesto il recapito a giorni alterni (magari arrivasse la posta almeno a giorni alterni!). Ora il Governo vuole privatizzare e la frittata sarà completa. Nessuno ha poi spiegato ai nostri prodi governanti che prima si fanno le regole sulla liberalizzazione del mercato e sul servizio universale (cioè le regole che obbligano a recapitare le lettere) e poi si privatizza. Ma tant’è.

Intanto, invece di sviluppare i servizi postali per i cittadini e la pubblica amministrazione, l’enorme potenzialità di archivio e di transazione economica, chiudono la grande risorsa che faceva della posta un unicum nel nostro paese: i piccoli uffici. E questa non è una romanticheria. Lo vadano a chiedere a tanti italiani, a cominciare da quelli che vivono nel Sud, leggermente “arrabbiati”, per usare un eufemismo, di non vedere arrivare per tempo la loro posta e di doversi spostare di chilometri per fare semplici operazioni. Senza contare che bollette telefoniche, elettriche, idriche, giungono ormai regolarmente in ritardo costringendo i tanti malcapitati a pagare, pure in ritardo, la relativa mora sulla bolletta successiva.