“Per eliminare Pietro Grasso avevamo già l’esplosivo e i telecomandi”. Il collaboratore di giustizia Gioacchino La Barbera ha rilevato il particolare durante l’udienza del processo sulla trattativa Stato-mafia in corso a Palermo. Rivela i particolari dell’attacco che avrebbe dovuto colpire l’uomo che era stato giudice a latere durante il maxi processo contro Cosa nostra ed estensore, insieme al giudice Alfonso Giordano, della sentenza che condannò al carcere a vita decine di boss. “L’attentato doveva avvenire a Monreale, – racconta il pentito – luogo in cui andava spesso per incontrare i suoceri”, continua uno dei killer di Cosa nostra che partecipò alla strage di Capaci. 

“Dopo aver ritirato i telecomandi a Catania – spiega – avevamo fatto i sopralluoghi. L’esplosivo andava collocato in un tombino nella strada in cui doveva passare con la macchina, ma ci fu un problema tecnico. Rischiavamo che scoppiasse prima del passaggio e non se ne fece più nulla”.

Ma il pentito riannoda i fili della storia criminale tra la fine del ’91 e il ’92. “In Cosa nostra c’era un certo ottimismo prima della sentenza della Cassazione sul maxi processo. Quando però la Corte confermò le condanne, avallando il teorema Buscetta, fu decisa una strategia di attacco allo Stato, con le stragi. Iniziammo con Falcone, che era sempre stato un nostro nemico dichiarato e si proseguì con Borsellino“.

La Barbera, poi, tira giù il macabro elenco della lista di politici da uccidere che, sempre nell’ottica del piano di guerra ideato da Totò Riina, la mafia aveva stilato. “L’obbiettivo era anche colpire la Democrazia Cristiana – ha detto – tra gli obiettivi c’erano Salvo Lima e i cugini Salvo“. Nell’elenco delle persone da eliminare c’era anche l’ex ministro Calogero Mannino“. La Barbera ricevette l’indicazione da Salvatore Biondino, uomo di fiducia di Riina. I boss lo tenevano sotto controllo, seguivano gli spostamenti, ragionavano su come toglierlo di mezzo. “Prima di essere arrestato – ha aggiunto – Brusca mandò il genero di Nino Salvo, Gaetano Sangiorgi, a Roma per capire se Claudio Martelli era un facile obiettivo. Sangiorgi studiò dove abitava e tornò dicendo che viveva sulla via Appia”. “Non so perché s’era scelto lui – commenta. Forse perché s’era fatto tanto per procurargli i voti – spiega – e lui parlava male di Cosa nostra ed era stato uno dei protagonisti della legge sul 41 bis”. “Si parlò anche di colpire i figli di Andreotti – ha detto confermando quanto rivelato da altri pentiti – perché il padre non aveva fatto nulla per Cosa nostra, si era disinteressato del 41 bis, non l’aveva fatto togliere e non aveva fatto tornare tutto come prima”.

Ma La Barbera guida i magistrati agli albori della presunta trattativa. Raccontando l’esistenza di un altro canale di dialogo tra mafia e forze dell’ordine. L’anello di congiunzione era l’eversore nero Paolo Bellini. Il baratto al centro di questa trattativa parallela sarebbe stato intorno alla restituzione delle opere d’arte rubate in cambio di arresti ospedalieri per alcuni boss. Argomento che è stato al centro della deposizione del pentito.

Il dialogo avviato dal mafioso Nino Gioé, poi morto suicida in carcere, con Bellini, conosciuto nell’istituto di pena di Sciacca, è uno dei capitoli della ricostruzione dell’accusa che ipotizza l’esistenza di una trattativa, quella appunto condotta da Gioé, che avrebbe corso su un binario parallelo a quello intrapreso prima da Totò Riina, poi da Provenzano, coi carabinieri del Ros tramite Vito Ciancimino. Bellini sarebbe stato in contatto con un generale dell’Arma che gli avrebbe dato le foto di opere da recuperare. In cambio Gioé avrebbe chiesto i domiciliari o gli arresti ospedalieri per boss del calibro di Bernardo Brusca e Pippo Calò.

Secondo La Barbera, l’accordo, di cui si parlò tra maggio e settembre del 92, non andò a buon fine. Per il pentito fu Bellini a suggerire a Gioé di farla finita con le stragi e colpire il patrimonio artistico italiano. “Ti immagini se l’Italia si sveglia e non trova più la Torre di Pisa”. “E noi cominciammo – ha aggiunto il pentito – a organizzarci in questo senso”. Nel ’93 la mafia prese di mira obiettivi artistici come la chiesa di San Giovanni al Laterano, San Giorgio al Velabro a Roma e la sede dell’Accademia dei Georgofili a Firenze.