Laurel Halo, in concerto a Bologna venerdì 24 gennaio, è la tipica figura di musicista elettronica irregolare e raffinata, intellettuale e un po’ paranoica, paradigmatica di un’epoca che ha definitivamente introiettato nel proprio dna quelle ansie distopiche da controllo prefigurate da Philip K. Dick quasi mezzo secolo fa. E che del resto permeano profondamente la stessa identità artistica di Steve Goodman aka Kode9, fondatore della Hyperdub, l’etichetta britannica che ha sancito la definitiva ascesa della giovane americana. La serata di venerdì 24 gennaio al Locomotiv prevede, nell’ordine, un dj set a cura di Alive Lab, una live performance di Fake Samoa, il live di Mass Prod, autore di tanti singoli e di una cassetta su Further Records l’anno scorso, intitolata “Aqwa”, nonché membro del collettivo Tru West. Dopo il live di Laurel Halo spazio al dj set di Unzip Project. Da segnalare senza dubbio che la serata successiva, sabato 25 gennaio, vedrà sul palco del club di Via Serlio altri ospiti d’assoluta eccezione: la storia del post-punk industrial, i Clock DVA di Adi Newton.

Nata e cresciuta ad Ann Arbor, nell’area metropolitana di Detroit, sembra aver nondimeno assorbito l’immaginario techno-logico della Motor City soltanto a posteriori, dopo il suo trasferimento a New York, deformandolo attraverso i filtri ipnagogici di un ambiente peraltro predisposto a queste forme metaboliche: se come compagni di merende hai gente come James Ferraro, Daniel Lopatin ovvero mister Oneohtrix Point Never e tutto il giro Hippos In Tanks allora vuol dire che sguazzi in un milieu che ha definito una estetica tra le più riconoscibili e rappresentative di quest’inizio millennio.

In virtù degli studi classici giovanili la Halo si è avvicinata alla musica elettronica e “da club” con una sensibilità ed una visione del tutto differente, ad esempio, da quella del produttore che esce dalla School of Hard Knocks del ghetto. Sebbene non sia affatto una novità di questi tempi, poiché gli autori approdati al dancefloor attraverso percorsi sghembi ed inusuali ormai non si contano, la sua visione multiforme, critica e caleidoscopica ed il suo approccio delicato, fluido ed aperto, in una parola “intellettuale” alla materia sonora, hanno in sé la vocazione al mutamento ed al panta rei, quel tutto scorre tipico delle musiche improvvisative e sperimentali.

Tant’è che dopo i primi EP, il non indimenticabile “King Felix” del 2010 ed il convincente “Hour Logic” l’anno successivo, Laurel Halo approda ad un’opera prima che è toccante, perversa, evanescente ma pesante come l’aria malata delle metropoli cinesi, una musica atmosferica sostanzialmente priva di beat e piena di vocalizzi che galleggia nel liquido amniotico isolazionista del circuito ipnagogico, memore della lezione del minimalismo americano, dell’ambient e del synthpop. Disco che all’epoca della sua uscita nel 2012 ha suscitato pareri contrastanti “Quarantine”, il suo album d’esordio su Hyperdub, ma che riascoltato oggi è ancora ammaliante ed inquietante, sin dalla copertina, come se fosse l’ologramma di un feroce film di Shinya Tsukamoto.

“Behind the Green Door”, l’EP che ha aperto la strada al nuovo full lenght, è di tutt’altra pasta e si pone in qualche modo nel solco UK che dal magma post-dubstep vira con decisione verso forme techno e house. Nel secondo recente album, “Chance of Rain”, l’artista americana volta pagina, abbandonando le soluzioni cantate del predecessore e gettandosi a testa bassa sulle macchine e sui ritmi. Un lavoro molto complesso che a differenza, ad esempio, per restare in un ambito analogo, di quello dell’ottima collega Stellar Om Source, ha magari meno appeal ed immediatezza ma è più cerebrale e ricco di sfumature che non possono non essere riferibili al suo raffinatissimo background: valgano per tutte “Serendip” e soprattutto la title track, piccolo miracolo di sintesi, grazia ed equilibrio che osa alcune commistioni veramente ardite, pressoché inaudite altrove.