Dieci motivi per cui ‘The Wolf of Wall Street’ è un capolavoro, e ‘deve’ essere visto.

1) E’ Martin Scorsese ai suoi massimi: cinefilo e cinefago, americano coinvolto ed europeo distaccato, classico e punk. Ed è pure generoso: vi chiederete, è un film di Martin o del suo feticcio Leo Di Caprio? Di Caprio ha finanziato il film – senza di lui, non ci sarebbe stato – ma Scorsese gli ha concesso il primo privilegio di cineasta: regia a quattr’occhi, quelli saggi e coraggiosi di Martin, quelli drogati, avidi e “strafottenti” (letterale) di Leo alias Jordan Belfort.

2) Non per offendere o deridere, anzi, ma in quale altro film potete assistere al lancio dei nani?

3) 567 variazioni della parola “fuck”, e un’esibita volgarità – chissà che altro avremmo visto senza i tagli (auto)imposti a Scorsese per passare dall’NC-17 al R della censura americana – da far accapponare la pelle: pippate su “pianale femminile”, masturbazioni, sessismo, cocktail di droga e psicofarmaci da sedare uno stadio. In breve, per capire dove nascano i famigerati derivati e la finanza tossica, qui non c’è bisogno di metafore e analogie: una sniffata ci seppellirà, si potrebbe dire del Lupo, e così sarebbe, è stato.

4) Profluvio di polemiche e critiche, la più costante: “Scorsese e Di Caprio sono gente pericolosa”, ovvero esaltano le frodi e gli stravizi di Belfort. Fatevi la vostra opinione, ci mancherebbe, ma se non siete guidati da bieco moralismo, se il sesso non vi spaventa e sapete che il “male” esiste anche senza essere raccontato, vi accorgerete facilmente come Martin e Leo abbiano lastricato di moniti la cattiva strada di Belfort: dal “tanto non capireste nulla” subito rivolto in camera agli spettatori dal mago della truffa alla supercar bianca che lo sguardo stupefacente di Belfort vuole integra e la realtà, e la verità, distrutta. In altre parole, The Wolf è la lunga soggettiva colpevole, drogata e truffaldina di Jordan Belfort, con qualche sprazzo di verità a ricordarcela tale: una frode per immagini e suoni.

5) Se vi piace Robin Hood, poveri voi! Nemmeno lui esce indenne dall’ultracapitalismo: parola di Forbes 1991, Belfort era “un Robin Hood tormentato che ruba ai ricchi e dà a se stesso e alla sua banda di brokers”. Per consolarvi, nemmeno lo Sceriffo se la passa troppo bene: c’è il forte sospetto che l’agente Fbi Patrick Denham abbia perseguito e fottuto Belfort non per desiderio di giustizia, ma per meccanica, istintiva reazione al tentativo di corruzione di Jordan. Della serie, mi vuoi fottere? Ti fotto io. E così la giustizia diviene mera esternalità di una vendetta privata.

6) Avete presente Karl Kraus (altrimenti, chiedete a Jonathan Franzen…), ebbene nel 1918 (Di notte) scriveva: “Eroe è uno che sta di fronte a tanti. Nella guerra moderna questa posizione viene raggiunta, al più, dal pilota di un bombardiere, uno che sta addirittura al di sopra di tanti”. Sostituite guerra con capitalismo, bombardiere con società di brokeraggio, e capirete non perché Belfort/Di Caprio sia un eroe, ma perché sia “al di sopra di tanti”. Sì, per bombardare, alias fottere.

7) Se per una battuta, vendereste vostra madre, fatevi sotto: “I am not gonna die sober!”, “Let me tell you something. There’s no nobility in poverty. I’ve been a poor man, and I’ve been a rich man. And I choose rich every fucking time”, “Was all this legal? Absolutely not!”, e via dicendo. Ah, dimenticavo: “Fuck you, U.S.A. Fuck you, U.S.A. Fuck you! Fuck you!”.

8) Se spesso vi chiedete perché il cinema italiano è così, e quello americano no: lasciamo perdere Scorsese, bastano loro, Leo Di Caprio, Matthew McConaughey e Jonah Hill. Per tacere degli altri, di tutti gli altri: Rob Reiner, Margot Robbie, il figlio di Dustin Hoffman Jake e Spike Jonze.

9) Perché Belfort perde il pelo, ma Scorsese non il vizio: del grande cinema, a 71 anni suonati, ma suonati rock.

10) Insomma, “Sell me this pen!”.