“Forzatura giuridica, frutto di miopia politica”. È il commento lapidario con cui il Vaticano attacca il Campidoglio in merito alla delibera che sancisce il primo sì al Registro comunale per le unioni civili. E prosegue: iniziativa “priva di sostanza, se si considera non solo l’inutilità giuridica di tale strumento ma anche il flop dei registri delle unioni civili in sei municipi romani (meno di 50 coppie iscritte in otto anni).”

Eppure le ultime esternazioni di Papa Francesco erano state più vicine al messaggio cristiano che a quello politico, perfino con una timida apertura alle tematiche cosiddette “sensibili”, sui diritti civili. Possibile che in questo Paese non si riesca a fare un passo avanti su iniziative che assegnino qualche straccio di diritto ai conviventi? La nostra Costituzione si basa sul concetto di Stato laico, e questa continua ingerenza da parte del Vaticano, questa crociata contro le famiglie di fatto, è quanto mai anacronistica. Se ne fa principalmente una questione ideologica mentre è solo una questione di diritto.

È vero, il Registro non va a colmare quel vuoto normativo riguardo ai diritti delle famiglie di fatto, ma è pur sempre meglio di niente. Sul presunto fallimento della loro istituzione, sono diversi i comuni che si stanno interrogando sulla loro validità e gli effetti che producono. I detrattori di area cattolica – come il Vicariato di Roma in merito alla delibera approvata qualche giorno fa – asseriscono che sono inutili e indicano altre forme di tutela come i contratti notarili. Invero, tali contratti diventano nulli per quanto riguarda i diritti economici in presenza di altri eredi, oltre ad essere un mezzo discriminante e un’ulteriore disuguaglianza con le coppie sposate eterosessuali che per vedere tutelati i propri diritti non devono spendere soldi in avvocati e notai.

Ma c’è una novità importante che sancisce quella forma così apparentemente leggera e simbolica e la fa diventare sostanza: con decreto 4 dicembre, il Tribunale di Palermo ha affidato un ragazzo di sedici anni ad una coppia di fatto omosessuale. Tra le motivazioni del decreto, si legge che la coppia di conviventi fosse iscritta al Registro delle unioni civili della propria città. Il Registro assume così un valore di convalida per un’accezione di una nuova forma di legame familiare, differente nella forma, ma uguale al corrente concetto di famiglia, nella sostanza.

E deo gratias spesso è la giurisprudenza a venire in aiuto nelle discriminazioni che affliggono le famiglie di fatto: in una sentenza del Tar del 2005 n°1588* si legge: “Con tale decisione, il Tar del Lazio, ha affermato che il diritto non può più ignorare l’esistenza e la diffusione della cd. Famiglia di fatto, derivante dalla convivenza di due soggetti fuori del matrimonio (civili o con effetti civili) (…) La corrente ermeneutica che nega tale equiparazione e che è rigidamente legata al modello matrimoniale di promanazione cattolico-integralista è ormai datata e non più rispondente a principi, ora largamente affermati, di laicizzazione politico-sociale, avulsi da preconcetti di ispirazione dogmatica o settaria”.

Nell’ormai lontano 2007 Walter Veltroni, allora sindaco di Roma, non mostrò grande indipendenza dalla Chiesa vietando l’istituzione di un Registro per le coppie di fatto. E se la politica è ormai in conclave perenne, auspichiamo che dal Campidoglio Ignazio Marino annunci fumata bianca!

*La sentenza di cui scrivo è stata vinta da me contro il Ministero della Difesa agli inizi dell’iter della causa per risarcimento danni. Il ministero aveva eccepito nei miei confronti il “difetto di legittimazione” in quanto compagna di fatto: il Tar, invece, mi legittimava con quella sentenza.