Quando ero bimbo e vivevo a Savona, dedicai una breve poesia alla neve che cadeva d’inverno sulla città.

Il primo gennaio di quest’anno ero sdraiato sull’erba verde di un prato a circa mille metri di altezza ed una mosca mi ronzava intorno.

Pur nella nostra breve vita ci siamo resi conto anche di questo. Di quanto l’uomo stia alterando i ritmi della natura. Se ci pensiamo è pazzesco che in un lasso di tempo così breve quale è la nostra vita, noi si possa avvertire il cambiamento climatico. E l’ultimo rapporto dell’IPCC – quasi ce ne fosse bisogno – non fa che confermare drammaticamente questa tendenza: “Gli ultimi tre decenni sono stati i più caldi dal 1850, quando sono iniziate le misure termometriche a livello globale. L’ultimo decennio è stato il più caldo, il periodo 1983–2012 probabilmente è il periodo di 30 anni più caldo degli ultimi 1400 anni”. Del resto, abbiamo svegliato l’orco che stava sottoterra: abbiamo tirato fuori il petrolio ed il carbone che lì giacevano da milioni di anni e loro hanno scatenato un disastro di proporzioni bibliche.

Scrivo questo quando stiamo vivendo qui al nord quello che pare essere un non-inverno. La mia amica, anziana contadina, mi ricorda una frase dei vecchi di qui: “nessun lupo si è mai mangiato un inverno”. Forse valeva una volta. Non oggi, in cui gli inverni sono sempre più miti. In cui le gare di sci si svolgono su nastri di neve artificiale che si snodano in mezzo a paesaggi desolatamente brulli. E se rivedi le vecchie gare della valanga azzurra, ti viene il magone.

In rete c’è un bellissimo articolo di Sonia Savioli che bene descrive nel nostro piccolo questo grande mutamento. Vi invito a leggerlo.