Incontro Maria per strada e con aria tormentata mi dice che il figlio le dà un mucchio di problemi. “E pensare che quando era bambino non me ne dava affatto”.

Suo figlio non è un adolescente incasinato o ribelle, ma un bel ragazzo di quasi trent’anni che vive e lavora in famiglia, intrappolato nel dilemma su cosa fare della propria vita. L’irresolutezza del figlio è diventata per la madre fonte di preoccupazione e notti insonni.

Tutti i giorni Paola porta in ufficio il pranzo al figlio quarantenne (e sposato) e visto che non è un fuscello, controlla scrupolosamente ciò che mangia e beve. Ha lasciato intatta la cameretta perché “nella vita, non si sa mai”.

Quando Dario va in vacanza, è la madre a prenotare la camera matrimoniale al figlio trentacinquenne, il quale, pur avendo una fidanzata fissa e un appartamento vuoto dove potrebbe trasferirsi, preferisce restare ancora a casa coi suoi.  

Questi sono esempi di figli maschi, la tentazione di scivolare nella macchietta caricaturale in stile Tanguy era – e chiedo venia – troppo forte. Tuttavia, dai genitori ingombranti (capitanati da madri onnipresenti, assistite nel contempo da padri che agiscono nell’ombra) non ne sono immuni nemmeno le femmine.

Sotto le mentite spoglie di una pretesa comodità o consumata abitudine, si va a vivere nello stesso stabile dei genitori, si va in riviera due settimane ogni anno, si rinuncia a delle opportunità lavorative per accontentare madri esigenti.

Si finisce per essere sotto lo stesso tetto, pur non dividendo più la stessa casa.

Quando ho lasciato lavoro e fidanzato per fare la cameriera all’estero (alla veneranda età di ventiquattro anni), i miei restarono impietriti e sgomenti, le amorevoli catene che mi mantenevano alla giusta distanza, venivano così spezzate. Più che il timore di quello che mi sarebbe potuto accadere, c’era la consapevolezza di aver perduto quel peso decisionale sulla mia vita, tappa fondamentale nella crescita personale di ogni figlio. Da quel momento ero – mentalmente parlando – libera!

Quando mia sorella è uscita di casa, ogni giorno mia madre le domandava, tramite un ‘innocuo’ messaggino: “cosa fai dopo il lavoro?”, nella speranza evidente, che passasse a salutarla per qualche minuto.

Spesso si confonde l’amore con l’oppressione, si parla di protezione quando in realtà è il controllo che si vuole ottenere.  

Da genitori si tende a credere che la propria via sia ‘l’unica via’, il che è legittimo quando bisogna gestire la vita di un bambino, ma i figli già oltre la trentina hanno il diritto di percorrere la propria strada, anche picchiando duro contro i propri errori.

Se fra un po’ di anni mia figlia dovesse dirmi di voler fare un’esperienza all’estero, magari per viverci a lungo, sarebbe dura, durissima. Mi scorrerà davanti agli occhi un film noir con tutto quello che potrebbe andare storto, e lo spettro del ‘nido vuoto’ diverrebbe d’un colpo reale. Eppure mi sforzerò di ingoiare l’amaro boccone, lasciando schiudere le sue ali e la guarderò volare via.

Trattenere i nostri figli vicino a noi, in modi più o meno impliciti, è un basso ricatto nonché un atto di egoismo.

Offrirgli l’indipendenza di cui un uomo e una donna hanno bisogno per diventare tali, è invece un atto d’amore.