Sembra ormai evidente che siamo alla vigilia di un nuovo governo o, almeno, di un governo “rinnovato”.

Che si tratti di un “rimpasto”, di un “Letta bis” o di qualsiasi altra alchimia politico-istituzionale, si tratta, probabilmente, dell’ultima occasione nel “breve periodo” – o, almeno, dobbiamo augurarcelo – per dare alla politica dell’innovazione italiana una regia istituzionale forte, stabile e autorevole, in grado di portare il Paese fuori dal guado analogico nel quale è impantanato.

Sigle, acronimi, titoli, cariche e funzioni, anche in questo caso, contano poco.

Sia un sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri che raccolga e dia stabilità al lavoro avviato da Francesco Caio e dall’Unità di missione per l’attuazione dell’agenda digitale italiana, sia un Ministero per le politiche dell’innovazione.

Non è questo il punto.

L’importante è che non si protragga oltre il clima di instabilità, precarietà e confusione nel quale – nonostante tanti sforzi dei quali occorre dar atto – si trova, ormai da anni, la politica dell’innovazione in Italia.

Disegnare il futuro del Paese – perché è di questo che si parla quando si discute di Internet, digitale ed eGov – è un compito che richiede visione di insieme e coordinamento perché si tratta di decidere se l’Italia sarà costretta a giocare un ruolo da gregario – ammesso che ci vogliano almeno in panchina – nella società globale dell’informazione o potrà tornare, finalmente, a dire la sua, da leader, come accaduto in altre epoche storiche, grazie al nostro straordinario patrimonio di cultura, creatività e conoscenza.

Non si può continuare a lasciare la politica dell’innovazione affidata all’iniziativa – poco conta se assunta in buona fede o meno ed anche se illuminata o miope – di una pletora di soggetti costretti da un complesso ed indistricabile sistema di deleghe e competenze a muoversi entro limiti angusti ed in equilibrio.

Non è possibile accettare oltre l’idea che una questione come la fiscalità nelle transazioni del commercio elettronico sia affrontata, in modo estemporaneo ed urgente, da una commissione parlamentare nell’ambito di uno zibaldone normativo come la Legge di Stabilità.

Non è ammissibile che un’Autorità amministrativa indipendente si ritrovi – poco importa se a torto o a ragione – a dettare le regole della circolazione di qualsiasi genere di contenuto digitale nello spazio pubblico telematico ed a dar vita a “leggi” e giurisdizioni speciali per una materia dalla quale dipende, in larga misura, il sistema dell’informazione e della cultura dell’Italia di domani e con esso la nostra identità nazionale.

Una norma attraverso la quale si decide – anche in questo caso poco conta se a torto o a ragione – di “tassare” l’acquisto di prodotti di elettronica di consumo per 200 milioni di euro all’anno da destinarsi – nella più rosea delle aspettative – ai titolari dei diritti d’autore, non è una scelta neutra rispetto alla politica dell’innovazione di un Paese di analfabeti digitali, tra gli ultimi in Europa in fatto di diffusione di internet ed uso delle tecnologie digitali e non può, quindi, essere lasciata all’iniziativa di un singolo Ministero o peggio ancora di suggeritori di parte.

E’ un elenco, quello delle iniziative estemporanee – più o meno legittimamente assunte, solo negli ultimi mesi, nell’esercizio di funzioni istituzionali – dalla pletora di Autorità, Agenzie, Commissioni e Ministeri ai quali sono affidate micro-deleghe connesse alla politica dell’innovazione che potrebbe continuare ancora a lungo.

Abbiamo un’Agenzia per l’Italia digitale [AGID], creata d’urgenza dal governo Monti che, forse, solo nelle prossime settimane, avrà un suo statuto e potrà emettere il primo vagito, un Dipartimento delle Comunicazioni presso il Ministero dello Sviluppo economico con tanto di viceministro per le comunicazioni, due Commissioni parlamentari – una per ciascun ramo del Parlamento – con una specifica competenza in materia di comunicazioni, una Cabina di regia per l’agenda digitale italiana, un’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e una per la tutela dei dati personali e la riservatezza, la Fondazione Ugo Bordoni, Istituzione di Alta cultura e ricerca soggetta alla vigilanza del Ministero dello Sviluppo economico e specializzata nel settore delle telecomunicazioni, un numero impressionante di ministeri con deleghe varie in materia di innovazione e, da ultimo, l’Unità di Missione per l’attuazione dell’agenda digitale italiana presso la presidenza del Consiglio dei Ministri.

Un esercito di Istituzioni che avrebbe dovuto consentire al Paese di sconfiggere, da tempo, l’emergenza – perché di questo ormai si tratta – digitale e che, invece, non ce l’ha fatta.

Ora è urgente cambiare schema di governo nella politica dell’innovazione o, forse, semplicemente dare corpo all’intuizione di Enrico Letta che, nell’entrare a Palazzo Chigi, aveva scelto di accentrare nella Presidenza del Consiglio dei Ministri la governance dell’innovazione.

Il semestre di Presidenza italiano dell’Unione europea è alle porte e non possiamo perdere l’occasione di presentarci a Bruxelles con una proposta di una nuova costituente digitale europea che, nei prossimi anni, consenta al vecchio continente di uscire dall’insostenibile posizione di piccola colonia digitale del resto del mondo e di imporsi nella società globale dell’informazione come culla dei diritti fondamentali dei cittadini digitali troppo a lungo ignorati e fucina delle regole che sono indispensabili per garantire, in un domani che rischia di essere oggi, che il mercato sia aperto, competitivo e trasparente.

L’Italia ha bisogno di un Ministro per le politiche dell’innovazione.

Non ha importanza se sia espressione di questo o quel partito o di questa o quella corrente di partito.

L’importante è che si tratti di una persona capace di guardare al futuro con sguardo libero da ogni genere di condizionamento – culturale o clientelare del passato – e di ascoltare, con umiltà intellettuale, cittadini ed imprese, comprendendo le loro esigenze, perché l’innovazione è un fattore abilitante di troppo ampio spettro per illudersi che un uomo solo abbia una sufficiente conoscenza da dominarlo.