Per scaldarsi un po’ le mani

Solo a voler elencare le versioni locali della campana non finiremmo più. Un gioco antichissimo, di cui è certa la conoscenza nell’antica Roma – ne è sopravvissuto uno schema nella pavimentazione del Foro Romano –, anche conosciuto come settimanamondodiscolunalumacagamba zoppalasagna (Piemonte), campanon (Veneto), paradisu (Sicilia), penconeddu (Sardegna), pàmpano(Genova), cipana (Brescia), caccianuzzele (Foggia), ecc. 

Ci sono poi giochi, se andate in giro per il Bel Paese, che potrebbero surriscaldarvi una mano. Come lo schiaffo del soldato, oppure guanciale (o guancialinod’oro, o mano calda. In Sardegna è muscone e a Napoli ariatella, il nome per indicare l’arcolaio: è evidentemente collegato al detto vutare a capa comm’a n’ariatella ‘girare il capo come un arcolaio’ (Raffaele Andreoli, Vocabolario napoletano-italiano, Napoli 1966). Un passatempo diverso è la mano rossa. Anche in questo caso le vostre mani non saranno esattamente al sicuro: il gioco consiste nel colpire il più forte possibile la mano dell’avversario, sovrapponendola alla sua (l’altro restituirà il favore, e il gioco proseguirà con le stesse modalità).

Bambini a cavall0

«Anga Nicola, sì bella e sì bona, sì bella mmaretata: quanta corna tiene ‘n capo? – Quattro. – E si cinco avisse ditto, a cavallo fusse scritto, a cavallo de ‘na crapa, quanta corna tiene ‘n capo? – Sette». Sono i versi di un motivetto citato in una commedia buffa dell’inizio del Settecento (Agasippo Mercotellis, Patrò calienno de la costa, 1709), ed è ricordato da Benedetto Croce in una nota all’edizione del capolavoro di Giambattista Basile (Lo cunto de li cunti [Il pentamerone], Napoli 1891, vol. I, p. 171, n. 5). Descrive una delle tante versioni di un gioco infantile a indovinello. In Basile è anca Nicola.

Si giocava generalmente in tre: un bambino metteva la testa in grembo a un altro, che stava seduto e operava affinché quello non vedesse, mentre un terzo gli montava a cavalcioni e rizzava un dito o più (le corna) sul suo capo. Il “paziente”, per poter invertire i ruoli, doveva indovinarne il numero: se diceva quattro, e le dita erano cinque, il “cavaliere” rispondeva con il numero giusto («E si cinco avisse ditto…») e, se l’altro sbagliava ancora, gli rifaceva la domanda: «Quanta corna tiene ‘n capo?».

Un gioco molto antico. Nel Satyricon di Petronio (cap. LXIV) un fanciullo, a cavallo di Trimalchione, lo colpisce sulle spalle col palmo delle mani e, ridendo, gli domanda: «Bucca bucca, quot sunt hic?».

Lo cunto de li cunti e altri giochi da peccerille 

Il Basile, insieme ad Anca Nicola, menziona in una nota pagina della sua opera molti altri giochi da bambini: la mosca cieca (gatta cecata) e la seggiolina, o sedia del papa (mammara e nocella); lo scaricabarile (scarreca varrile), in alcune città e regioni sinonimo di cavallina, in altre di un gioco a squadre molto simile che a Roma è tre tre giù giù, e altrove quatt’e quatta otto (Baselice, BN) oscaricabotto ‘scaricabotte’ (Cannara, PG) salta la mula (Pistoia) o mammaredda ‘piccola mamma’ (Brindisi), in altre ancora, come nella capitale, di quel gioco che a Napoli è piuttosto vacanta varile‘svuota barile’ e si fa in due (ci si mette schiena a schiena e, a turno, uno solleva e l’altro si fa sollevare); lo “scarica la botte”(scarreca la votta), in cui a essere scaricato era il bambino tenuto sulle ginocchia, come recita una celebre filastrocca: «Trotta trotta cavallino / per la strada del mulino; il mulino non c’è più: / trotta trotta cadi giù».

Alcuni dei giochi elencati da Basile prendono il nome da balli, frasi fisse e perlopiù d’incantamento, versi di canzoni: anola tranolapizza fontanolabanno e commannamiento, formula ricorrente in bandi, editti, decreti; ben venga lo mastrotafaro (‘deretano’) e tamburroauciello auciellomaneca de fierro. “Uccello uccello”, come a dire, in napoletano: aciéllo aciéllo, ‘allocco’ o ‘gonzo’. C’è anche il nascondino o rimpiattino (covalera, con la variante vienela vienela), a Roma nasconnarella, aSettefrati (FR) liccia, in Veneto coto, in Friuli cucùc (‘capolino, cucù’).

Il nascondino è a sua volta un gioco molto antico. In una pittura di Ercolano sono raffigurati tre amorini: uno si copre il viso con le mani, gli altri due sono colti nell’atto di andare a nascondersi.