Professore ordinario di Storia del Cristianesimo presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino e presidente del Centro di Scienze delle religioni presso la medesima università, Giovanni Filoramo è uno dei maggiori studiosi di storia delle religioni. Dirige, per le case editrici Laterza e Dell’Orso, tre collane di scienze religiose. Tra i suoi libri: Di che Dio sei? Tante religioni un solo mondo; La croce e il potere. I cristiani da martiri a persecutori; Il sacro e il potere. Il caso cristiano; La Chiesa e le sfide della modernità.

Il pluralismo religioso ha assunto dimensioni e implicazioni inedite. L’Italia è preparata a questo fenomeno?
Occorre distinguere tra pluralità e pluralismo religioso. Oggi in Italia, per effetto dei processi di immigrazione che hanno cambiato il volto del paese, esiste una pluralità di fenomeni e tradizioni religiosi, impensabile una generazione orsono. Questa pluralità religiosa può rimanere ghettizzata (come avviene in genere nella prospettiva comunitaristica) oppure trasformarsi in un fattore dinamico. In Italia, paradossalmente, la presenza della Chiesa può essere un fattore positivo, così come è avvenuto grazie ad organizzazioni cattoliche nell’accoglienza dei migranti. Anche dal punto di vista giuridico abbiamo un quadro costituzionale “aperto” che è contrario a una forma di laicité alla francese e auspica un riconoscimento pubblico delle presenze religiose. Per sua natura, infine, il fondo cattolico tipico della cultura italiana è incline ad aperture e ibridazioni.

Il confronto che la Chiesa cattolica sta sostenendo con una serie di sfide poste dalla modernità rischia di trasformarsi in un conflitto?
Difficile dirlo. Molto dipende dalle scelte che farà il nuovo papa. Mi sembra che egli stia abbandonando la linea dottrinale (ad tuendam fidem, “a difesa della fede”) fortemente e pericolosamente identitaria portata avanti dai due precedenti pontefici. Se così è, verrà meno una causa conflittuale di fondo: la difesa di un’identità fondata su di una concezione di legge di natura di origine divina e immutabile, che non può resistere agli attuali progressi della scienza. Il nuovo papa, poi, come dimostra l’ultima esortazione evangelica, apre alle culture locali in una prospettiva globale. In questo modo verrebbe meno, se questa politica fosse confermata, un altro motivo radicale di conflitto: l’accentramento eurocentrico e la difesa a ogni costo della tradizione.

Quanto pesa l’ingerenza delle gerarchie ecclesiali in campi, dalla politica alla indagine scientifica che la Costituzione italiana affida unicamente all’iniziativa statale?
Moltissimo: ma questo era vero per la Cei soprattutto sotto la presidenza del cardinal Ruini. Sotto Bagnasco questa linea si è oggettivamente indebolita. Anche in questo caso penso che il nuovo pontefice stia incidendo profondamente per una trasformazione in senso più pastorale e meno politicizzato della Cei.

Dopo la sconfitta al referendum sul divorzio, Aldo Moro affermò che per i cattolici iniziava il tempo della testimonianza. Bisogna rimpiangere la laicità di quella classe politica?
Temo di sì. La laicità di quella classe politica è stata in molti casi dubbi, ma in altri, meno numerosi, a cominciare da De Gasperi, significativa. Certo, oggi, mancando un analogo della Dc è più difficile fare un confronto; inoltre, il caso degli atei devoti o dei politici, a partire da Berlusconi, che hanno tentato accordi con la Chiesa a scopi politici, ha contribuito in modo determinante a cambiare le regole del gioco. Rimane il problema, che intellettuali cattolici rigorosamente laici come Pietro Scoppola avevano lucidamente posto, per un cattolico impegnato in politica, di fare della propria coscienza – e non del rapporto con la gerarchia – il luogo ultimo delle proprie scelte.

Per quanto riguarda i diritti civili siamo un paese arretrato. Pensa che il Vaticano abbia responsabilità per questa arretratezza?
Certamente. Basterebbe pensare ai diritti civili che riguardano le unioni coniugali di fatto e in genere tutti quei diritti civili che minacciano la concezione della “famiglia naturale”. Da questo punto di vista, il fatto che la Chiesa, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, sia diventata paladina di quei diritti umani che aveva fino ad allora aspramente combattuto, non ha cambiato la sua posizione per quanto riguarda il fatto che questa difesa si fonda su una concezione di Legge naturale oggi non difendibile.

In questi anni c’è stato un dibattito acceso su scuola pubblica e privata. Intanto la politica dei tagli ha messo in crisi il sistema scolastico statale per non parlare dell’università. Come giudica lo stato della scuola e dell’università italiane?
Purtroppo la mia risposta è pessimistica. È una situazione disastrosa sotto molteplici punti di vista, ben noti perché dovuti ad analisi impietose e convincenti. Forse il fattore più preoccupante è lo spazio sempre più esiguo che ha nell’università attuale la ricerca. Nel campo umanistico, poi, si sta distruggendo una tradizione di cui l’Italia poteva andare orgogliosa. I piccoli settori di ricerca, in cui la ricerca italiana spesso eccelleva, oggi o sono scomparsi o hanno un futuro precario. La conferma: i giovani migliori o cambiano mestiere o sono costretti ad emigrare.

La corruzione è un cancro della società italiana. Lei pensa che la chiesa abbia qualche responsabilità se in Italia non c’è una cultura del bene comune?
Questa è stata a lungo una delle accuse, a partire almeno da Machiavelli, che è stata avanzata contro una cultura ecclesiastica (e gesuitica) casuistica e strumentale, che subordinava il bene comune di tutti al bene comune della chiesa. Ma oggi mi sembra un’accusa difficilmente sostenibile per l’incidenza profonda e capillare dei processi di secolarizzazione: il potere di incidenza della chiesa nella formazione della coscienza morale degli italiani (e di conseguenza il suo eventuale grado di responsabilità) mi sembra francamente inesistente.

La politica ha perso credibilità. Che giudizio dà della protesta a volte rabbiosa che dilaga nel paese?
Ritengo, come comune cittadino, che oggi questo sia, tra i tanti mali che funestano il nostro tessuto civile, il peggiore. Alle cause strutturali di crisi della democrazia liberale e rappresentativa, a cominciare dai partiti, si è aggiunta in Italia questa crisi gravissima, ormai di dominio pubblico: la politica come carriera al servizio dei propri più meschini interessi di arraffamento (le mutande di Cota sono esemplificative). La protesta è giustificata anche se personalmente ritengo che l’unica soluzione sia politica.