Per i monaci cistercensi che abitano la Certosa di Pavia, la regola del silenzio (con i giornalisti) è ferrea. Salvo alzare la voce quando si chiede loro del titolo legale che li autorizza ad abitare quel luogo. Perché stando ad alcuni documenti ottenuti dalla Regione e pubblicati dalla consigliera regionale del Movimento 5 stelle, Iolanda Nanni, la convenzione stipulata fra il Demanio dello Stato, proprietario della Certosa, e i monaci è scaduta. “Il complesso monumentale – si legge nella relazione del tavolo tecnico tenutosi il 29 giugno del 2012 – risulta in custodia ai monaci cistercensi, pur senza alcun contratto. L’assenza di una formale concessione è legata al timore dei monaci di doversi accollare le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria del complesso, pertanto essi risultano occupanti senza un titolo preciso“. Intanto gli stessi monaci continuano a dare in affitto i terreni circostanti, sempre del Demanio. In questo caso il titolo legale pare ci sia, anche se la consigliera non è riuscita a ottenere i documenti in merito.

La permanenza senza titolo è ribadita nella scheda del progetto Arcus 2009, in cui si aggiunge che i religiosi vengono lasciati sul luogo perché “un monastero senza frati non avrebbe lo stesso richiamo turistico”. Dal canto loro i religiosi si rifiutano di rilasciare dichiarazioni, confidando nel tempo galantuomo. Per ogni questione invitano a rivolgersi al Demanio, considerandosi loro semplicemente i custodi del luogo. Dei custodi, però, che limitano fortemente la possibilità di visitare il monumento, aperto solo dalle 9 alle 11.30 e dalle 14.30 alle 16.30. “Questi sono gli orari in voga da 200 anni e il Demanio non ci ha mai chiesto di cambiarli” si scalda il padre che all’ingresso vende tisane e liquori d’erbe. “Ma perché io dovrei tenere aperto oltre?”- gli fa eco il monaco che accompagna i turisti nelle visite guidate, indicando il piazzale vuoto in un’uggiosa e gelida mattinata di gennaio. In realtà qualcuno c’è e alle 11 e mezza viene invitato ad affrettarsi all’uscita.

Dati certi sul numero di visitatori non ce ne sono. Le stime parlano di un numero intorno ai seicentomila l’anno, ma informalmente, dal Demanio, abbassano questa valutazione a soli centomila. E’ un fatto, però, che il capolavoro artistico, voluto da Gian Galeazzo Visconti, potrebbe attirare centinaia di migliaia di persone e fungere da volano economico per tutta la zona. Invece giace negletto a pochi chilometri dal Castello Sforzesco e da quello di Pavia, che insieme ricostruiscono mirabilmente lo splendore della Milano ducale. E il pensiero corre a Expo e a tutte le possibilità di sviluppo ad esso connesse. La querelle sul numero di visitatori non è secondaria, in quanto legata alla possibilità di introdurre un biglietto d’ingresso, che copra almeno in parte le spese di gestione, come chiedono da tempo alcune associazioni presenti sul territorio. D’altro canto, imporre una tariffa implica offrire dei servizi e, allo stato attuale, la situazione alla Certosa di Pavia secondo Provveditorato e Soprintendenza “non presenta requisiti minimi indispensabili di messa a norma e sicurezza”, mentre la relazione del tavolo tecnico tenutosi il 27 gennaio del 2011 denuncia che “non vi è garanzia per la piena fruibilità del sito nonché per la l’incolumità dei visitatori”.

Del degrado in cui versa oggi la Certosa, non sono responsabili i soli monaci, che al contrario, secondo il Demanio, hanno avuto il merito di tenere aperto il complesso monumentale (in realtà solo limitatamente) e di provvedere, per quanto possibile, alla manutenzione del luogo dal 1968, anno in cui lo Stato ha rinunciato alla gestione diretta del bene. Il problema è che una quantificazione delle spese sostenute dai monaci per la manutenzione del monumento, a fronte delle entrate ottenute dalle donazioni e dalla vendita di gadget, non è mai stata fatta. Oppure, denunciano la consigliera Nanni e il senatore M5S Orellana, non la si vuole rendere pubblica insieme ad altri documenti che il Demanio ha negato loro, in quanto persone prive di interesse personale. Intanto, come è stato da più parti denunciato, gli interventi urgenti di cui necessiterebbe il complesso sono arrivati a toccare quota 30 milioni, una cifra che di questi tempi tutti dicono non essere disponibile. E per cercare di tamponare la situazione, è stato proposto un rimedio che rischia di essere peggiore del male: la concessione per 50 anni a un privato del cosiddetto “polo laico”, ovvero quei palazzi che sorgono a lato della Certosa con parte dei possedimenti agricoli. E’ la soluzione prospettata dal decreto Valore Paese-Dimore.