Fermata della linea A della metropolitana di Roma. Ore 11. Un insistente signore di origine straniera prova a vendermi un biglietto del metrò mentre sono alla macchinetta. Non c’è fila. Lui continua. Gli spiego: “No, grazie, sono qui, non c’è coda. Faccio il biglietto”. Mi gira intorno. Ci riprova. Ha in mano dei singoli ticket che tiene come si terrebbe un piccolo mazzo di figurine. Pago e ritiro il mio biglietto dalla macchinetta.
 
Supero il tornello e scorgo, mai me ne ero accorto prima, un impiegato Atac con una targhetta anglofona: “Security”. Mi avvicino. L’impiegato sembra particolarmente concentrato su una telefonata con qualche moglie-compagna-amante-amica-mamma-cugina-zia. Ha entrambi gli auricolari del cellulare conficcati nelle orecchie e non sembra badare troppo al resto. Faccio un cenno per richiamare la sua attenzione. Lui dice: “Aspetta” alla sua interlocutrice e mi scruta per un breve istante. Lo guardo: “C’è un signore che prova a vendere dei biglietti alla macchinetta”, avanzo. Lui mi fissa come se avessi pronunciato una frase importuna: “E si vede che ne ha tanti”. Certo, mi scusi. Torni pure al suo lavoro.