So che rischio il linciaggio. Ho già temuto per la mia incolumità all’uscita del cinema. Ma devo dirlo. A me Nebraska non è piaciuto. Faccio una necessaria premessa. Più premesse. Non ho visto altre pellicole di Alexander Payne. Non vado al cinema da qualche anno. Non possiedo ahimè il bagaglio tecnico di un cinefilo.

Fatto il tentativo di captatio benevolentiae, eccoci alle avventure dell’ultrasettantenne Bruce Dern. Avventure più che frammenti di vita. Favole più che frammenti di realtà.

Già, favole. Quello che mi ha lasciato perplesso allo scadere dei 115 minuti è l’illusione che permea questa ricostruzione, seppiata come la fotografia, della periferia americana. Vado subito al punto. L’esordio della demenza senile che attanaglia il protagonista (espediente narrativo azzeccato per giustificare il lieto fine della cavalcata solitaria per le strade della sua vecchia città di Hawthorne a bordo del suo camioncino, “vinto” con il finto biglietto da un milione di dollari) accompagnata alle conseguenze di una annosa passione per l’alcol costringe il cocciuto Woody Grant al ricovero al pronto soccorso di un qualche ospedale – il primo che capita – tra Montana e Nebraska.

La scena dell’anziano paziente, accudito dall’infermiere che lo accarezza mentre gli infila i punti di sutura, in una stanza tutta per sé di un ospedale extra lusso da far invidia al fu don Luigi Verzé, mal si concilia con l’anno 2013 degli Stati Uniti d’America. Dove la sanità è il cruccio maggiore del sistema di welfare statunitense. Dove, senza una buona assicurazione sanitaria, il pronto soccorso ti accoglie sopra una brandina da rotta di Caporetto. E dubito che il biglietto farlocco del signor Grant possa aver convinto i dirigenti della clinica di una futura generosa corresponsione.

Ed è difficile pensare che Payne, americano di Omaha (chissà se ha mai fatto un coast to coast fino a Sant’Anna Pelago), non avesse presente le condizioni del ceto medio-basso della sua nazione. E questo è solo l’esempio più lampante della ricostruzione on the road del regista.

Non è una questione di purismo realista. Anche il resto del film veleggia su un profilo, per intenderci (spero), a la Baricco. Ammiccamenti al pubblico, humour facile, mandibole da western e un po’ di sana retorica. E così, mutuo una recensione di Serra al romanzo “Questa storia”, dello scrittore torinese, lo spettatore “si fida del disegno, si compromette con l’illusione del racconto, è complice, è ingenuo insieme al libro, certe volte fa ‘oooh’ e applaude”.

E questo è all’incirca quello che ho provato l’altra sera sprofondato su quelle poltrone cui ormai mi ero disabituato. “Payne ce la racconta”. La ricostruzione della provincia americana è falsata, agghindata per suscitare un cinico umorismo. Con lo stesso risultato che potrebbe ottenere il comico a fine carriera costretto a travestirsi da donna per strappare l’ultima risata al proprio pubblico. Gli stessi personaggi sono fin troppo convincenti. Tanto da risultare caricaturali. Il vecchio Grant è fin troppo demente. Il figlio fin troppo buono. I cugini/nipoti fin troppo idioti. La moglie fin troppo sboccata. L’amico rivale fin troppo stronzo. Facile. Pardon, fin troppo facile.

Non pretendo di applicare lo schema Ken Loach a ogni uscita sul grande schermo. Fuori luogo sarebbe anche rispolverare il vecchio Brecht per il quale ai suoi tempi una “rima nel mio verso sarebbe protervia”, ma basta intendersi. Se Payne voleva fare un film godibile, gustoso per il palato del grande pubblico, conveniente da produrre e diffondere, allora c’è riuscito. E anche molto bene. Se l’intento era quello di mostrare come vive l’America lontano dalla pailettes delle grandi metropoli, penetrare l’intimo di una società ancora rurale agli albori del terzo millennio, allora sono pronto al linciaggio.

Ma dopo aver tirato la prima pietra, pensate ai vecchi fratelli Grant sprofondati sui divani davanti al televisore. Così patiti di carne e di parole da far impallidire gli Hamm e Clov di Finale di partita. Il pubblico in sala si è lasciato andare a una sonora risata. E voi?