Le primavere cominciano già ad essere 73, ma l’energia e il ritmo di scrittura di Cormac McCarthy non paiono conoscere limiti. Guardare la sceneggiatura creata apposta per The Counselor, il film diretto da Ridley Scott, in uscita in Italia il 16 gennaio, per credere. Script sviluppato appositamente per il grande schermo dallo scrittore di Providence – Einaudi l’ha appena pubblicato nella sua asciutta e radicale interezza – dopo una carriera passata dall’anonimato degli anni settanta, al culto anni ottanta, e infine al felice abuso di cinque suoi romanzi per il cinema a partire dall’anno 2000 con Cavalli Selvaggi – libro pubblicato a metà anni novanta – e fino a quel Child of God (1969) riutilizzato per il duro rifacimento cinematografico di James Franco nel 2013.

La McCarthy-mania è un atto di devozione letteraria recente da parte di Hollywood. Il là lo dà un’oramai ex enfant prodige come Billy Bob Thornton che nel 2000 estrapola dalla ‘trilogia della frontiera’ quel Cavalli Selvaggi, poi in italiano Passione ribelle, interpretato da Matt Damon e Penelope Cruz che a guardarlo oggi mostra una esteriore epica triste del singolo cowboy protagonista più che una cupa e disperata atmosfera di fondo, sorta di tratto umanistico della legge del confine che McCarthy ha delineato nel tempo come marchio autoriale della sua scrittura.

Il grande successo internazionale per McCarthy al cinema arriva nel 2007 con il film dei fratelli Coen, Non è un paese per vecchi – il romanzo è del 2005 -, diventato poi titolo tormentone usato nei più disparati ambiti dell’attualità dalla cronaca italiana. È sempre il confine tra Usa e Messico ad ospitare le sanguinarie gesta dell’ottuso e losco killer Chigurh (Javier Bardem), inseguito da uno sceriffo mosso da un codice d’onore vecchia maniera e totalmente inadatto ai tempi. Nel 2009 è invece John Hillcoat, con Joe Penhall allo script, a riadattare il romanzo The Road di McCarthy (uscito in libreria nel 2006) per mostrare con magniloquenza lo scenario post apocalittico in cui si muovono disperatamente padre (Viggo Mortensen) e figlia scampati ad una catastrofe che ha risparmiato pochissimi esseri umani.

Pessimismo totalizzante per un McCarthy che non ha mai preferito nascondersi nella provincia americana, un po’ fisicamente alla Salinger, ma che è riuscito a nascondere i suoi personaggi e le sue storie negli anfratti oscuri dell’America poco raccontata. Child of god, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia dal regista James Franco, ne è la prova forse non del tutto riuscita, ma tratto da uno dei suoi primi ristampati romanzi. Il disperato e folle protagonista Lester Ballard fa il paio con il The Kid di Meridiano di sangue (1985) e con il più bizzarro personaggio centrale di Sutree (1979), considerato il capolavoro di McCarthy da David Foster Wallace che con Gus Van Sant ne volle preparare una riduzione cinematografica poi finita nel nulla.

Il ritorno al confine Usa/Messico per il film di Scott è un revival violento molto vicino alle corde tradizionali di McCarthy, affidatosi al protagonista Michael Fassbender – con lui Brad Pitt, Cameron Diaz, la Cruz e Bardem – per descrivere un avvocato bene finito in disgrazia che per risalire la china accetta di contrabbandare 20 milioni di dollari di cocaina: un abisso privo di senso e giustizia dove l’unico elemento materiale dell’esistenza è la morte. McCarthy puro. E ora avanti il prossimo romanzo.