Due film molto diversi tra loro, ma che raccontano entrambi la nostra Italia si sono ritrovati casualmente insieme, negli stessi giorni, sulle pagine dei giornali. Il capitale umano, di Paolo Virzì, ha dato il via a una dura polemica in cui il regista e i suoi co-sceneggiatori (Francesco Bruni e Francesco Piccolo) sono stati accusati di infangare l’operosa Brianza, cuore del ricco Nord. Un assessore al turismo della Provincia di Monza e Brianza, il leghista Andrea Monti, ha accusato Virzì di avere con la sua opera insultato la gente lombarda che lavora alacremente; e di aver usato, per farlo, anche soldi pubblici e pure lombardi, ottenuti tramite la Lombardia Film Commission.
Poco dopo, è partito il “va f fa ” di Toni Servillo a una giornalista che gli chiedeva invece conto delle critiche ricevute da un altro film, La grande bellezza di Paolo Sorrentino, che aveva appena vinto il Golden Globe come miglior film straniero

Ben vengano le polemiche: in fondo servono a far discutere e a far pensare (e perfino ad aumentare gli incassi). Certo che quelle sul film di Virzì sono senza fondamento. Inutile soffermarsi in maniera pedante sul tema Brianza (“velenosa”, cantava Lucio Battisti in Una giornata uggiosa). Nel film c’è anche il Varesotto, il teatro Politeama (da salvare!) è a Como, il coro sponsorizzato dal leghista è della Valcuvia. Ma chissene importa? È chiaro che Il capitale umano non parla di geografia, ma di storia e di antropologia. Delimita un pezzo di animo umano, non i confini geografici della Brianza. Del resto, il thriller di Stephen Amidon a cui il film si è ispirato è ambientato nel Connecticut. Eppure il film è perfetto nella sua ricostruzione di un mondo opulento che ha perso i contatti con il saper fare, con il produrre cose (che era un tempo la vocazione della Brianza dei mobilieri), per diventare preda dell’ossessione feticistica del denaro e della ricchezza.

C’è il finanziere gelido, c’è una moglie che sembra Veronica (diversa dal marito, ma in fondo complice), c’è un profittatore pronto a rovinarsi per entrare in un gioco più grande di lui e infine capace di restare in piedi a ogni costo, anche passando sul corpo della figlia e sui suoi sentimenti. Figli viziati, signore annoiate, giovani borderline, politici inutili, intellettuali vuoti. C’è anche chi non cede all’aria avvelenata: la psicologa moglie del profittatore (Valeria Golino), la figlia che sceglie la sensibilità e rifiuta l’apparenza (l’esordiente Matilde Gioli). Non sarà la Brianza geografica, ma è un pezzo d’Italia, è il Nord della crisi e della fine della politica, raccontati con sobria precisione. 

Tuttaltro stile quello de La Grande bellezza, film calligrafico, compiaciuto, visionario, ridondante, irrealistico, caricaturale. Eppure capace di restituire, alla fine, il sapore di un altro pezzo d’Italia, quella romana e decadente dei palazzi del potere, della politica degenerata e dell’economia prigioniera di se stessa.

Milano e Roma, la capitale morale e quella del potere, raccontate con stili opposti ma per giungere al medesimo traguardo: mettere in scena la crisi profonda che accomuna due Italie, le due facce del potere. Un tempo si metteva l’una contro l’altra. La Politica come rito collettivo veniva contrapposta all’egoismo produttivo del siur Brambilla nella sua “fabricheta” (con la e aperta). Oppure la Capitale morale era il rigore contro la dissolutezza del Palazzo. Oggi le due Italie restano lontane e diverse, ma entrambe alla ricerca di una umanità perduta, di una salvezza che protegga “il capitale umano” e preservi “la grande bellezza”.

@gbarbacetto