L’inasprimento della fiscalità ha portato la tassazione a livelli insostenibili, soprattutto per il ceto medio; gli ultimi due governi hanno calcato la mano su beni immobili (Imu prima e ora Tarsu) e rendite finanziarie, continuando anche ad aumentare in termini reali le imposte dirette tramite il fiscal drag che mantiene immutati gli scaglioni di reddito anche se il valore reale diminuisce per l’inflazione. I “pasdaran” della fiscalità sostengono che tasse su immobili e rendite andavano aumentate per equilibrarle a quelle del resto d’Europa e che in altri paesi sono più alte, ma dimenticano il quadro complessivo che dice che l’imposizione totale (dirette + indirette) è in Italia la più alta, beninteso per chi paga tutto il dovuto; in altre parole, se si adeguano – verso l’alto – le imposte su immobili e rendite per adeguarle all’Europa, si dovrebbero adeguare – verso il basso – quelle che invece sono più alte, ma questo è un pensiero che neppure sfiora i nostri (s)governanti, né scalfisce le certezze dei pasdaran.

Farei però un passo indietro rispetto all’entità dei prelievi e alla sua sostenibilità, per soffermarmi su quella che è la vera tara genetica e cioè sui motivi, presupposti e reali, per i quali i cittadini sono chiamati a sostenere lo Stato. I motivi presupposti e che sono sottostanti a qualsiasi società moderna risiedono nel principio, sancito per la prima volta nella “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino“, dopo la Rivoluzione francese, che ogni cittadino deve contribuire in ragione della propria ricchezza a mantenere i servizi necessari alla collettività come la sicurezza, l’educazione, l’amministrazione dello Stato. Fin qui tutto bene; purtroppo però i motivi della nostra tassazione esasperata stanno nella necessità per lo Stato di coprire – per non fallire – le voragini finanziarie che si approfondiscono per incapacità gestionale, malversazioni, clientelismo, mancanza di controllo, evasione fiscale; il principio della partecipazione collettiva alla cosa pubblica è stato violentato e se si dovesse riscrivere la dichiarazione dei diritti dell’uomo per attualizzarla a quanto accade in Italia dovremmo esprimerla come: “ciascun cittadino deve contribuire in ragione della ricchezza accertata a coprire gli ammanchi della gestione dello Stato senza sindacare sul come e il perché essi si generino”; la differenza non è per nulla marginale.

Tra l’altro, il “Moloch” statale dimostra come il flusso di tasse, ancorché aumenti costantemente, resta insufficiente, se è vero come è vero che il debito pubblico non smette di segnare nuovi record; la costatazione amara è che se si danno più risorse in mano a un’entità incapace di amministrarle, poco onesta e incline a utilizzarle per comperarsi consensi, essa troverà il modo di spenderle tutte male e di averne bisogno sempre di più.

Nell’immediato non c’è alternativa al pagare più tasse e imposte, pena il fallimento dello Stato; però senza un’inversione di rotta andremo comunque a sbattere e l’inversione non può che essere il ridurre drasticamente le spese e il riequilibrare i carichi fiscali tra i cittadini, tornando ai principi della dichiarazione dei diritti dell’uomo che citavo, abbandonando la politica del “rastrella da chi puoi e distribuisci a chi vuoi”.

Anche se esausti per la pressione fiscale senza limite i contribuenti che versano tutto il dovuto sono rassegnati a continuare a farlo nel breve periodo, purché con la speranza che quanto loro richiesto serva in prospettiva per finanziare servizi pubblici efficienti e per assistere i veri bisognosi in una sussistenza dignitosa, ma che smetta il flusso perverso di risorse verso assistiti di professione che da decenni beneficiano di posti di lavoro inutili o, peggio, clientelari; verso falsi invalidi (facendo salvi quelli veri); verso evasori fiscali e contributivi ai quali vengono fatti regali aggiuntivi sotto forma di varie esenzioni; verso pensionati, baby e non, che pur essendo oltre la soglia di sussistenza dignitosa beneficiano di pensioni più alte dei propri contributi; verso municipalità che continuano (anche) a ripianare con le tasse le perdite delle loro partecipate nelle quali soggiornano politici di vario genere; verso politici di professione che costantemente si esonerano dai sacrifici chiesti ai cittadini.

La miopia della politica che si ostina a non capire che la tassazione sta soffocando la nazione e che clientele, assistenze a vita, regalie e privilegi affonderanno insieme a tutto il resto, non è più tollerabile; non solo perché il tutto è eticamente insopportabile (il che dovrebbe essere già ragione sufficiente), ma perché è una zavorra che la massa dei contribuenti regge più.

La nazione si è permessa fino a oggi pensioni baby, falsi invalidi, presunti nullatenenti con auto e dimore di lusso, tre livelli di amministrazione del territorio, regioni con un numero di dipendenti pubblici allucinante rispetto ad altre regioni di pari popolazione, parlamentari più retribuiti d’Europa, politici parcheggiati nelle partecipate, enti inutili, municipalizzate in perdita cronica, assistiti nell’agio e a tempo indeterminato, strutture sanitarie che ingrassano i fornitori (fatte salve quelle “virtuose”); lo ha fatto indebitandosi e sottraendo risorse a politiche più sane – quali un sussidio a termine a tutti i veri disoccupati o la soluzione seria e completa del problema esodati – rinunciando a cose fondamentali per il futuro – investimenti in infrastrutture e in ricerca – taglieggiando senza equità la popolazione e le aziende, rendendole incompetitive. Purtroppo il sistema non regge più e non ci sono panacee che tengano; gli interventi populistici (come quelli iniqui sulle pensioni) hanno effetti cosmetici che gettano fumo negli occhi e distraggono dalle vere necessità: quelle di spostare grandi risorse da privilegi a necessità vitali, un sistema di sussidio a termine per chi ne ha davvero bisogno, la competitività del sistema produttivo, gli investimenti.

E se ciò significa che assistiti e privilegiati che hanno beneficiato di decenni di regalie debbano adattarsi ai sussidi che così potranno avere anche coloro che fino a ora non hanno avuto nulla, che gli evasori siano in condizione di avere più rischi che benefici dal tenere sommersi i loro redditi e che un discreto numero di politici torni a mantenersi dalla professione di origine, è bene che comincino a farsene una ragione, dato che l’alternativa è il crollo di tutto e tutti. Così i contribuenti tornerebbero a pagare tasse (decrescenti) entro la logica per cui furono istituite oltre due secoli fa e forse, oltre a poterselo permettere, lo farebbero volentieri.