Se provate a tastare la conoscenza dei bambini in materia di fiabe tradizionali potrete probabilmente constatare, – sovente mi è capitato con un gruppo classe – quanto ignorino sistematicamente molte fiabe tra quelle classiche, diffuse e anche molto piacevoli per i piccoli ascoltatori, come “I musicanti di Brema”. Lavorare sulle fiabe, recuperando quelle della nostra tradizione e quelle dei Paesi da cui provengono i compagni, è un lavoro che può occupare un intero anno di laboratori di lettura con una classe, quando non declinarsi su periodi temporali più lunghi.

Dopo le raccolte relative a Grimm e Perrault, Donzelli propone nella collana “Fiabe e storie” curata da Bianca Lazzaro, Il pozzo delle meraviglie, trecento fiabe e racconti popolari raccolti dal medico siciliano Giuseppe Pitrè a metà Ottocento, arricchite in questa edizione uscita nell’ottobre scorso dalle illustrazioni di Fabian Negrin.

Oltre a questo corpus tradotto dal siciliano (la parlata di Palermo in particolare, che il medico aveva scelto come forma standardizzante), Donzelli fa un’ulteriore passo in avanti offrendo un’altra edizione uscita contemporaneamente che presenta in quattro volumi la raccolta completa unitamente agli apparati originariamente predisposti dall’autore e che mantiene il titolo con cui Pitrè la mandò in stampa nel 1875, Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani. In questo caso testo siciliano e tradizione a fronte. Il che consente, a chi voglia cimentarsi, di recuperare i suoni della lingua e insieme quindi un’assonanza più prossima all’oralità originale, dove contribuivano alla forma e al fascino del racconto sì i personaggi, la storia, ma anche le inflessioni, la gestualità e l’intercalare dei narratori, abili quanto Agatuzza Messia che – scriveva Pitrè – “più la si udiva, e più si avea voglia di udirla“.

Il fascino del racconto orale deriva infatti dall’insieme di questi elementi, dalla capacità di chi racconta, da quanto i suoni ci avvolgono e evocano immagini rendendole quasi più tangibili. Per questo le narrazioni che attingono dalla concretezza dei suoni delle parlate locali hanno un potere attrattivo ancora più grande. Ed è quello che vi auguro suggerendovi questa lettura: che il recupero di fiabe tradizionali possa spingere il lettore a cercarne altre, a cercare quelle della propria terra d’origine, magari ascoltate da bambino, nella speranza che abbiate una “lingua d’affetto”, che sia o meno riconosciuta, anche se – come nel mio caso – qualcuno la dice “minoritaria”.

E recuperando fare confronti – un gioco sempre piacevole coi i piccoli lettori – tra le diverse versioni non solo delle fiabe più popolari (Cenerentola, Cappuccetto, la figura di Giufà coi suoi diversi nomi a seconda di Paesi e latitudini), ma anche di altre meno conosciute ma non per questo dai confini più ristretti.

Nella collana Storiesconfinate di Carthusia, che offre ai bambini nel suo formato a fisarmonica un ottimo strumento presentando fiabe dai diversi Paesi del mondo in un triplice livello di lettura (lingua originale, traduzione italiana, grande immagine riassuntiva), c’è “Il gallo magico” dall’Albania, illustrata da Marco Bailone in cui un gallo, per aiutare la padrona caduta in povertà, ruba il tesoro del re coadiuvato, nelle diverse trappole che il sovrano gli tende, da un lupo, una volpe e un fiume che lo accompagnano trasportati nella sua pancia evidentemente magica. Si ribella invece alla consuetudine del potere costituito “Lu menzu-gadduzzu” di Pitrè che si fa aiutare secondo il medesimo schema da lupi, fiumi e api nascosti nel suo sedere a recuperare la cassa coi denari che lui ha trovato, ma che i soldati requisiscono perché “tutto quel che trovi spetta la re”. “Mita de Gau”, la versione della mia lingua, l’occitano, viene da zone provenzali e porta i connotati della vista lunga e della mano (ac)corta dei mercanti che dalla montagna percorrevano quelle valli: il gallo – aiutato da lupo, volpe e da nulla meno che il Rodano intero – scende a batter cassa dal re a cui lui aveva prestato del denaro in occasione del matrimonio della regal figliola. A ogni versione la sua caratteristica; a noi il piacere di condividere coi giovani lettori narrazioni che vengono da lontano, che hanno affascinato tanti ascoltatori lungo gli anni e che ci permettono di giocare con varianti, sfumature, finali e anche – quando ne abbiamo la fortuna – con i suoni originali dell’oralità che le ha trasmesse.

di Caterina Ramonda