Sotto il tetto di un anonimo appartamento di frontiera, ai tempi del suo primo cortometraggio, Paolo Sorrentino immaginava Marx, Nietzsche e Gesù in fitto colloquio sulle sorti di dio. All’alba di lunedì, con il miracoloso straniamento di un personaggio letterario e la certa approvazione della sua “setta degli insonni” il regista si è concentrato sulle proprie regalandosi un istante da Tony Pagoda o da Cheyenne: “Ridere e guardare la bellezza, e se le due cose potevano coincidere, allora si finiva nello schedario delle giornate indimenticabili”.

È andata proprio così, ai Golden Globe, mentre uno scalino dopo l’altro, passando accanto a Robert Redford, Tom Hanks o Meryl Streep, l’amico di una vita, il produttore Nicola Giuliano, ex rugbista e sosia del calciatore Gonzalo Bergessio, lo accompagnava come sempre nella mischia per segnare il più difficile dei gol. Battere il vincitore di Cannes, lo strafavorito Abdelattif Kechiche e incasellare il premio della stampa estera di Hollywood, naturale volano per gli Oscar, in una prospettiva differente. Non più e non solo l’ennesima conferma del segno lasciato dal suo talento e da La grande bellezza nell’anno appena messo in archivio e vissuto pericolosamente da Sorrentino, Giuliano, Viola Prestieri e dall’altra complice di Indigo Film, Francesca Cima. Ma la ratificazione – al massimo livello – (tra speranze e desideri tenuti a freno con disincantata e scaramantica attitudine fatalista) di un’opera che non ha attraversato i confini per partecipare decoubertinianamente alla gara.

Sorrentino c’è, gode della massima considerazione (il premio mancava da Nuovo cinema Paradiso, Tornatore, 1989) e ora può davvero sollevare l’Oscar per il miglior film straniero (le nominations sono previste per il 16 gennaio) ma anche se non accadesse e se il verdetto fosse quello iniquo già soffiato sulla Croisette, avrebbe compiuto comunque qualcosa di straordinario. A distanza di ore, al telefono, a tarda sera, la felicità non costa niente e lo stupore da bambino non è evaporato: “La prima cosa che ho fatto stamattina aprendo gli occhi? Ho visto nitidamente il Golden Globe, l’avevo messo sulla mensola, era ancora lì, è stato tutto vero”. In una notte speciale in cui la commozione era riuscita a ingannare e confondere anche Jon Voight e Jacqueline Bisset, Sorrentino è salito sul palco con il piglio di una sua popolare maschera: “Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che si mettono comodi. E appassiscono. E gli altri. Io faccio parte degli altri” e da “altro”, da alieno, da marziano in trasferta, ha parlato. Semplice, diretto, rapidissimo. Abituato a non confondere l’insolito con l’impossibile ha impiegato 40 secondi per mostrarsi grato e allegro. Un ringraziamento ai colleghi di avventura, un abbraccio ideale al pazzesco Toni Servillo, uno a sua moglie Daniela D’Antonio, giornalista del “Venerdì” di Repubblica , una carezza al suo paese “pazzo e meraviglioso”, molti applausi ricevuti e una rapida risalita verso il tavolo per far festa con Bono Vox e Martin Scorsese.

Uno che con la lietezza delle menti agili già codificate da Sorrentino: “I geni sono quelle persone che ci stai a fianco senza nessuno sforzo, ecco chi sono” già a Marrakech, dove con Sorrentino aveva diviso una settimana di divertimento e passione in giuria, si è dimenticato in fretta del mancato Golden per il suo The wolf of Wall Street correndo a complimentarsi con la più giovane promessa.

Paolo Sorrentino, già venerato maestro all’epoca del Divo e degli onori in quel di Cannes e figurina incodificabile che in molti avrebbero voluto trasformare in solito stronzo perché (lesa maestà) con il suo cinema osa, vola, fa sognare e non si limita alla pedissequa esecuzione del compitino, ascoltava incredulo. Scettico e forse memore di quando da segretario di produzione poteva capitare di lasciare il girato di cui era responsabile in una macchina incustodita. Adesso il gioco lo guida lui e il futuro (che è anche il titolo della sua prossima impresa) e il delirio complessivo di apprezzamenti che La grande bellezza ha raccolto oltre Chiasso (serviva sempre una gita da quelle parti, ricordava ironicamente Arbasino, per sprovincializzarsi almeno un po’) metteranno a repentaglio la sua atavica pigrizia. Se la critica italiana “anche quando è positiva”, lo trova sulla sponda ontologica di Carmelo Bene: “I critici sono alpini di pianura”, sarà difficile sottrarsi alle proposte che dall’altra parte del mondo, da ora, pioveranno in serie. Sorrentino ha i suoi tempi. La grande bellezza è costato a lui e ai produttori uno sforzo enorme. Di attuazione, ambizione e assorbimento dei paragoni forzati (Fellini).

Da domani (meglio tra un paio di mesi) Sorrentino volterà pagina. La grande bellezza rimarrà nella storia del cinema italiano. La dannazione del mestiere, nelle pieghe dell’inconfessabile supplizio degli artisti veri: “Il set non mi piace, non mi piaceva 25 anni fa e non ne vado pazzo neanche ora. Non è un luogo, è un circo. Lo apprezzo per i 20 minuti al giorno in cui si rincorrono a sprazzi, bellissimi momenti”. Ogni tanto tramutano in grande bellezza e qualcuno, persino, ne riconosce il tratto. È accaduto. Viva Sorrentino. Uno che ameremmo, anche se fosse norvegese.